Partito e Sindacato – una discussione sulla lista

Una sintesi (leggermente redazionata) della discussione sulla lista del Partito Democratico Parigi. Lasciate un commento, o magari iscrivetevi alla lista PD Paris e partecipate!

Emanuele Dolce 17 octobre 2010 07:11

Quello che mi lascia perplesso è il fatto che il segretario del Pd non vada a una manifestazione di lavoratori sostenendo che andare a quella promossa da Cisl e Uil sia uguale ad andare a quella della Cgil, e che quindi tanto vale mandare Fassina (chi?). Boh. Berlusconi al massimo sarebbe andato a entrambe: voglio dire, se c(è una cosa di cui hai bisogno oggi è stare in mezzo alle gente, e stai a casa? Mah.

Giovanni Ludi 17 octobre 2010 09:03

Cara Emilia,

So quanto l’Italia sia repressa. Conosco piuttosto bene quanto avviene in Italia e quanti siano quelli che guardano interdetti quanto stà succedendo in Italia ma purtroppo conosco anche bene quella che è il livello di “complicità” degli italiani che dall’attuale governo traggono all’apparenza qualche beneficio.

Non credo che sia banalmente un problema di repressione e di giornali ma in qualche modo perchè non si riesce ancora a costruire una proposta “politica” reale.

Da un lato i “complici” e dall’altro una opposizione frantumata ed in continua elaborazione. I lavoratori pagano naturalmente questa situazione e la pagano in un mondo che sembra si diverta a “desrtizzarsi”.

La crisi finirà per essere la futura scusa di altri tagli nella finanza pubblica ed ai diritti, per questo credo che la lotta sia indispensabile ma sia indispensabile la “proposta politica”.

Casa Italia, forse più di altri galleggia su un universo di debito pubblico, sulla politica berlu-bossianica perduta tra ricerca di immunità da parte di riccastri disonesti e chimere federalistiche.

Per quel poco che mi riguarda sono solidale alle battaglie e anche se da oltre 1.000 chilometri faccio il possibile per confortare e dibattere con i tanti ex colleghi, con gli amici e compagni che in Italia combattono con la cassa integrazione, con le minacce di mobilità, la precarietà, la disoccupazione dei figli….eccetera eccetera e anche i conoscenti della FIOM di Torino che ieri sono stati a Roma.

Certo l’Italia (che comunque legge pochissimo) è informata con i piedi ed è repressa (la polizia neanche nel passato scherzava) ma è anche troppo invecchiata.

🙂

Gianni

From: Barbara Revelli
Cari tutti,

mi permetto di segnalarvi il breve ma incisivo articolo che Tommaso Gaglia, segretario del circolo PD -Brescia Ovest, ha scritto sul suo blog
http://www.tommygaglia.blogspot.com

Giovanni Ludi 18 octobre 2010 17:11

Meditazione condivisibile. Su queste parole cme al vedere sfilare quelle persone mi si apre il cuore!

Ma, … ma, anche se può sembra strano, fare il tifo pubblicamente per la FIOM/CGIL (come mi direbbe il cuore) potrebbe favorire ulteriormente la divisione sindacale. CISL e UIL (in particolare i loro segretari) mi fanno incazzare come una Jena. Per quanto ne capisco, occorre operare per unire e non per separare ulteriormente.

Chiunque lavori sa quanto sia una sciagura il sindacato diviso. Il governo gioca a dividere, il PD è bene che non lo segua in questa strada. E’ bene che eviti di tifare per il suo sindacato “buono”.

Compito dei partiti è tracciare la politica (la strategia), i sindacati devono difendere decisi gli interessi particolari dei lavoratori. Sono due mondi simili, nel mondo dei movimenti di sinistra sono vicini, ma diversi nelle funzioni.

Magari il PD come tracciatore di strategie è ancora approssimato. Noi, nel nostro piccolo, siamo qui per dare una mano a questo.

Ciaoooooo

Gianni

Emanuele Dolce 19 octobre 2010 02:11

Sono d’accordo con Giovanni che sia preferibile ricercare l’unità sindacale – anche da parte della CGIL – piuttosto che andarealla rottura.

La questione politica rilevante che la FIOM pone, tuttavia, è quella della rappresentanza, e su questo tema alla CISL fanno orecchie da mercanti da troppo tempo: gli accordi debbono essere sottoposti al vaglio dei lavoratori. E’ poco democratico che CISL e UIL firmino un accordo separato con l’azienda e poi rifiutino di fare il referendum confermativo (con valore legale, beninteso, non consultivo), salvo quando sono sicuri di vincere come nel caso di Pomigliano. Quando si fanno forzature come questasi creano tensioni tra lavoratori che poi gli apparati fanno fatica a gestire. A cio’ si aggiunga il clima in cui vivono Fiom e Cgil da un po’ di anni a questa parte, tra accordi separati, propaganda berlusconiana, confindustria schierata apertamente contro e le ultime vigliaccate tra Sacconi che sproloquia sul terrorismo e Bonanni che gli va dietro.

Comunque son d’accordo con il post segnalato da Barbara e ripeto: non penso sia né giusto né intelligente chiedere al Pd di schierarsi contro la Cisl o a favore di una categoria della Cgil. Trovo pero’ veramente stupido non capire che tra non andare in nessuna delle due piazze e andare in entrambe avrebbe avuto più senso, per il segretario di un partito teoricamente laburista, la seconda soluzione.

Giovanni Ludi 19 octobre 2010 04:03

Come più volte ha detto il segretario generale della CGIL Epifani quello che contribuirebbe sarebbe una leggina. Una leggina sulla rappresentanza sindacale (che nessun governo ha mai voluto fare).

Una leggina che prevedesse l’obbligo di assemblee e votazioni per la convalida delle decisioni dei sindacati.

Oggi tutto dipende dai voleri delle segreterie sindacali e non vi è alcun vero obbligo! Quando fa comodo si vota. Nel passato anche la CGIL ha preferito non andare al voto.

In quanto alle differenze di “interessi” particolari all’interno delle fabbriche il contrasto tra operai, impiegati e quadri è secolare. I datori di lavoro e le loro organizzazioni confindustriose hanno giocato da sempre a dividere gli “interessi” di queste “categorie”, ovvero quando non riuscivano a dividere il fronte sindacale giocavano sul dipingere gli operai di rosso, gli impiegati di bianco e i quadri di celeste.

Queste tre categorie hanno anche grosse differenze salariali e talvolta contrattuali. Non mettiamoci anche noi a fare casino. Critichiamo ma diamo una mano per quanto ne siamo capaci.

G.

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Emanuele Dolce 20 octobre 2010 04:27

A questo punto si puo’ pensare ad una diversa fiscalità che tenga in conto i profitti delle imprese e i dividendi; è quello che tutta la sinistra francese si sta mettendo a fare.
Risposta di Marchionne a questo proposito: ed io delocalizzo.
Risposta politica del nostro partito: benissimo caro mio, ma scordati di vendere in Italia le tue Fiat prodotte altrove senza una soprattassa del 20%

Risposta mia: perché invece di tassare i profitti delle imprese, che poi tra l’altro per i prossimi anni con la crisi industriale che c’è non so quanti profitti faranno (e poi comunque i profitti sono un valore contabile, e vatte a fidà dei bilanci delle aziende, piccole o grosse, ché quelli che li certificano sono pagati dall’azienda stessa), invece di tassare i dividendi che magari ritassi la stessa classe media che ha messo due lire da parte e ha comprato un po’ di azioni, non facciamo pagare queste c****o di tasse a chi non le paga? Perché non fare una seria tassa patrimoniale, che tra l’altro i patrimoni sono più difficili da occultare del reddito (e sono spesso la risultante degli stessi utii non reinvestiti – o sottratti ai lavoratori – dagli imprenditori più furbetti)? Ogni tassa che imponi a un’azienda è “comunque” una tassa sul lavoro. Secondo me bisogna tassare i ricchi, non le aziende. E’ anche più facile da spiegare.

Quanto alla questione sulla delocalizzazione: mettere una tassa sulle auto prodotte all’estero non è una misura consentita dall’UE né dal WTO. Io poi sono per abolirlo il WTO, pero’ c’è. Quello che puoi fare è ridurre le tasse alle aziende che reinvestono, ma resta il punto che sollevavo l’altro giorno e cioé che queste cose o le si decide come europa, oltughedar, oppure non funzionano. C’è bisogno di una politica industriale europea. Subito.

Giovanni Ludi 20 octobre 2010 05:00

Certo, certe cose non si possono fare per norme internazionali. Credo che una politica industriale europea sarebbe una buona ed ottima cosa….

Cercasi pareri dei nostri esperti economisti…o anche link a riguardo

G

lorenzo 20 octobre 2010 08:33

Emanuele,
ti ringrazio per la tua risposta, che certo è coerente con la posizione del PD (e prima di lui dei suoi predecessori) degli ultimi 20 anni, a partire dal crollo del muro : “proteggiamo le imprese, che creano ricchezza, tassiamo i ricchi, paghiamo tutti le tasse, e tutto andrà per il meglio.” Con questa posizione non si vincono le elezioni, a meno di non chiamarsi Romano Prodi, il quale aveva un capitale di credibilità non indifferente presso la classe media ed i piccoli imprenditori. E, anche in tal caso, si finisce per perdere il governo quando si cerca di fare pagare tutte le tasse a tutti, perche’ ce ne sono troppe, lo sanno tutti. E ce ne sono troppe perche’ non tutti le pagano.

Nel frattempo, le grandi imprese si sono espanse, fanno sempre più profitti, ricordiamoci che la Fiat piange miseria per ottenere incentivi etc. ma ogni tanto fa degli anni record. In Francia, le imprese del cac40 fanno profitti record, anno dopo anno, e pagano sempre più dividendi. Dove finiscono questi dividendi ? E’ del tutto arbitrario pensare che finiscano « alla classe media » ; finiscono proprio ai « ricchi » , invece, che saremmo tanto d’accordo per tassare. Per esempio, i direttori generali come Marchionne, che ricevono decine di migliaia di azioni.

Non è neppure vero che « ogni tassa che imponi a un’azienda è “comunque” una tassa sul lavoro. ». Anche i notai lavorano, ed è giusto tassarli. Qualsiasi fonte di reddito deve essere tassata, perché essa è in parte frutto del lavoro, in parte frutto dei beni comuni, delle infrastrutture, dei servizi sociali che la rendono possibile. Sono pero’ d’accordo per quanto riguarda la patrimoniale, che dovrebbe essere istituita nonostante le polemiche ricorrenti qui in Francia sull’ISF.

In quanto all’UE, la pratica corrente è di votare una legge in contrasto con le direttive, e di discuterla poi. Se c’è la volontà politica, non vedo come non si possa fare passare, anche a costo di sfasciare l’UE nella sua forma attuale, che serve solo a mantenere bassa l’inflazione, e proteggere proprio i grandi patrimoni che tu vorresti tassare, a scapito di chi vive dei redditi del lavoro.

Lore

beatrice biagini 20 octobre 2010 09:09

In tutta questa discussione (che mi sembra davvero meriti di essere messa sul blog, anche cosi com’è se siete d’accordo) mi manca una risposta a una domanda che mi faccio.
Io ho sempre avuto a che fare con l’amministrazione pubblica, conosco il mondo del privato (direttamente) solo attraverso società partecipate o erogatrici di servizi pubblici (trasporti, gestione, acqua, rifiuti, recupero crediti) legate a comuni o enti pubblici.
Ho sempre avuto da discutere con i sindacati: funzione pubblica in primis, che difende posizioni indifendibili (se si lascia in questo momento fuori la scuola che merita un discorso tutto a parte).
Forse quella leggina servirebbe anche a spiegare chi rappresentano i sindacati?
Forse aiuterebbe a individuare un motivo per cui un partito che vuole rappresentare i lavoratori che oggi sono in gran parte precari, dovrebbe seguire i sindacati in piazza?
Ascoltarli. Ci mancherebbe.
Quanto alla patrimoniale c’è, solo che mancano i mezzi e le volontà per accertare i patrimoni.
Segalo che nello stato di NY i repubblicani appoggiano Cuomo proprio pechè nel suo programma c’è la riduzione della spesa pubblica E l’abolizione della patrimoniale…

Marchionne. Non credo sia lui la causa della crisi, se l’Italia non è competitiva perchè dovrebbe restare a negoziare con un governo che puo’ solo elargire regali sfasciando lo stato?

bye
bea

.
Lorenzo Ciampolini 20 octobre 2010 16:23

Le 20/10/2010 15:09, beatrice biagini a écrit :

Quanto alla patrimoniale c’è, solo che mancano i mezzi e le volontà per accertare i patrimoni.

Da repubblica di oggi ecco il vate Tremonti:
Refrattari a tassare Bot. Il governo “ha qualche refrattarietà” alle ipotesi di “imposizione sui patrimoni”, ha sottolineato Tremonti. L’esecutivo, ha detto il ministro, è scettico anche sull’ipotesi di aumento di una tassazione sui Bot. Però ha aggiunto “siamo aperti a qualsiasi ipotesi”.

Se avessimo il controllo dei media, potremmo spiegare e fare accettare il principio della patrimoniale?

Marchionne è un simbolo, è il simbolo dell’amministratore che fa i propri interessi e quelli degli azionisti dell’impresa; questi interessi negli ultimi anni non sono più coincidenti con gli interessi dei lavoratori, né quelli degli operai né quelli dei quadri, come avevamo creduto nel 2000, vedi il bell’articolo di Visco.

In un contesto di competitività aggressiva, bisogna difendersi, ma si puo’ farlo anche in altro modo che non elargendo dividendi stratosferici e abbassando tutti i costi e sfruttando alla morte i lavoratori. Per esempio, si puo’ al contrario rimotivare i lavoratori più capaci con aumenti interessanti. Con prospettive di carriera per i giovani.

Al contrario, Marchionne sceglie la strada dell’abbassamento dei costi, della cinesizzazione del lavoro in europa. Non voglio demonizzarlo, ma dobbiamo sapere che lui e la Marcegaglia non fanno più gli interessi del nostro partito e dei potenziali votanti del nostro partito.

PS tutto questo non è detto tanto da un’ottica di estrema sinistra, per la quale qualsiasi “padrone” è cattivo; piuttosto proprio da un’ottica di salvaguardia e dell’industria europea e dei diritti e della libertà dei lavoratori europei bisogna sapere scegliere chi puo’ portarci nell’europa del terzo millennio e chi ci fa sprofondare sempre più nella crisi, tutto questo mentre pasteggia a caviale e champagne 😉

Lore

Emanuele Dolce 21 octobre 2010 06:32

L’emissione di un dividendo a volte serve a far capire agli investitori che l’azienda è a posto nonostante la crisi. Siccome in ambito industriale non è come in politica, i “leader” aziendali debbono sempre dimostrare con i fatti gli impegni e le parole date. Dato che il bienno 2008-2010 è stato drammatico, dato che Fiat ha fatto una magra figura con la vicenda Opel, dato che si è pure accollata Chrisler perché la Dottrina Marchionne ipotizza la riduzione del mercato dell’auto a 4-5 grandi attori da qua a 10 anni (e lui vorrebbe essere tra quelli), date tutte queste cose pagare un dividendo (che sinceramente non definirei “stratosferico”) significa mandare un segnale al mercato, dire: “noi stiamo bene, siamo liquidi, voi potete investire”.

il dividendo distribuito da Fiat sull’esercizio 2010 è stato di 237 milioni di euro, a fronte di un utile di 1,1 miliardi di euro (un terzo dell’utile dell’anno prima, il 2009 è stato un anno terribile per l’auto, come sapete).

andando a vedere la struttura del capitale (http://www.consob.it/main/documenti/assetti/semestre2-2008/5030_TOrdDich.html) si nota che il 61% delle azioni Fiat sono controllate dal mercato (cioé da gente normale, piccoli fondi d’investimento, etc.) e gli azionisti rilevanti sono 3:

– Exor spa, che è controllata da Ifi, che è controllata (direttamente o meno, non ricordo) dalla Giovanni Agnelli SApA (che essendo in accomandita non è contendibile, lo dico ora ma ci tornero’ in seguito) con il 30% circa delle ordinarie,
– Capital Research and Management, che è controllata da un enorme fondo californiano, Capital Group, con il 5% circa
– FMR lcc, che è un altro giga-fondo americano, con il 2% e rotti

Andando quindi a calcolare i dividendi percepiti da questi grossi attori, se ne deduce che sull’esercizio 2009 – il primo a pagare un dividendo dopo mi pare qualche anno – la famiglia Agnelli ha avuto circa 55 milioni di euro, CRM ha avuto 9 milioni e mezzo, meno di 4 ne ha avuti FMR. Se non erro la società Gianni Agnelli SApA non paga alcuna tassa sul dividendo, in quanto azienda, ma le persone fisiche che le stanno dietro avranno pagato comunque delle tasse, sia sull’utile se la società ha avuto utili, sia sui dividendi se la società ha pagato a sua volta un dividendo, altrimenti lo pagheranno al momento (teorico) di cedere quote della società e di incassare una plusvalenza. Questo per dire che questi soldi non sono sfuggiti al fisco, almeno in teoria.

Cio’ detto, secondo me il vero problema non è come Marchionne decide di gestire l’azienda, ma fare in modo che la sua opera sia valutata democraticamente dal mercato, cioé promuovere un sistema di proprietà aziendale simile a quello americano, in cui i manager fanno “campagna elettorale” per essere nominati nelle grandi aziende, e il loro operato è sottoposto al vaglio dell’assemblea. Invece in Italia per colpa del mecanismo dell'”alfa diluito” – cioé del sistema delle scatole cinesi, grazie a cui io detengo il 10% di un’azienda, che detiene il 10 di un’altrà, che detiene il 10% di un’altra e cosi’ via, e alla fine con pochi milioni di euro controllo a cascata società di decine di miliardi – Marchionne non lo vota un’asemblea ma lo nominano gli Agnelli, e lui specialmente agli Agnelli risponde, non al mercato. E siccome gli Agnelli controllano la Fiat, la Stampa e varie altre cosucce, gli Agnelli hanno troppo potere in Italia, e hanno intrattenuto con lo Stato (cioé con i soldi delle nostre tasse) un rapporto incestuoso e squilibrato: nel senso che loro stavano sempre sopra, se mi si passa la scurrilità.

Marchionne non è pagato per fare gli interessi della collettività. Lo sarebbero i politici. Quello che a me non piace è che Marchionne intraprenda uno scontro di potere, su questioni di potere, coi i lavoratori, puntando a ridurne i diritti per renderli più controllabili. E che il Governo ne approfitti per colpire l’unica organizzazione di massa di sinistra rimasta nel paese. E che il mio partito balbetti sospeso tra la difesa del posto sottotutelato qua in italia, qua e ora, e il sapere di dover prima o poi trovare le parole per dire alla gente che le auto, in europa, non è economicamente ragionevole produrle.

e.

Documento della Circoscrizione estero a Varese

La due giorni di Varese ha visto partecipare la quasi totalità dei delegati, compresi i 44 eletti all’estero.

Ne è uscito un documento votato all’unanimità e adottato da Rosy Bindi tra i materiali dell’assemblea.

I nostri delegati hanno avuto modo di lavorare insieme ai delagti italiani nelle commissioni tematiche, cosa che è stata apprezztata enormemente per il contributo che la nostra esperienza ha saputo portare.

Vogliamo ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato alle riunioni di preparazione e all’elaborazione dei contributi che ci hanno permesso di arrivare a un documento unico e condiviso, che resta un piccolo pezzo del percorso del partito all’estero, ma che è iniziato con il passo giusto.

Ringraziamo inoltre l’ufficio del PD mondo per l’ottima organizzazione.

Un partito che funziona si vede anche da questo.

ecco il testo del documento:

Italiani nel mondo: l’impegno del Partito Democratico

In questi due giorni il Partito Democratico sceglierà il suo progetto, in ballo c’è il futuro del centrosinistra italiano e la costruzione di un’alternativa di governo alla destra italiana, la peggiore d’Europa.  In questo quadro gli italiani residenti all’estero sono parte fondante e fondamentale del Partito Democratico e della sua apertura al di fuori dei confini nazionali.

Gli italiani residenti all’estero sono circa 4 milioni e molti di più quelli che, pur non avendo la cittadinanza italiana, sono discendenti di italiani perfettamente integrati e spesso al vertice delle istituzioni dei rispettivi paesi.

Nel corso degli anni hanno contribuito in maniera determinante a risollevare le sorti dell’Italia: con il loro lavoro hanno garantito le risorse necessarie al rilancio economico e produttivo del Paese; intere regioni hanno conosciuto uno sviluppo grazie al contributo delle comunità all’estero, che hanno inventato mestieri e mercati esattamente come stanno facendo oggi gli immigrati che vengono in Italia a cercare lavoro e risorse.

Il Partito democratico deve essere capace di interpretare la storia delle comunità italiane all’estero: dalle più radicate alla nuova mobilità italiana, caratterizzata da competenze e dinamiche nuove e culturalmente diverse, nel tentativo di ottimizzare le presenze e le esperienze di ciascuno.
Il Partito Democratico deve riconoscere le specificità delle comunità italiane all’estero e metterle al servizio del suo progetto per l’Italia.

Oggi, dopo anni di politiche miopi e incapaci di valorizzarne il contributo storico e le potenzialità, le donne e gli uomini delle comunità italiane all’estero vivono emarginate da un governo impegnato a screditarne la dignità e a negarne la funzione a favore dell’Italia nel mondo.  Lo smantellamento di politiche essenziali quali la promozione della lingua e la cultura italiana, i servizi consolari, la stampa all’estero e l’attenzione alle giovani generazioni, insieme alla negazione dei diritti di democrazia con l’ulteriore rinvio del rinnovo degli organismi di rappresentanza, crea una situazione di emergenza per le comunità residenti all’estero con conseguenti gravi danni all’internazionalizzazione dell’Italia.

Il Partito Democratico deve farsi protagonista di un nuovo patto sociale tra l’Italia e le sue comunità all’estero: per investire risorse nell’insegnamento della lingua e della cultura, nella formazione e per le politiche di assistenza, sanità e solidarietà; per una corretta riforma  del Ministero degli Affari Esteri capace di soddisfare la crescente domanda di servizi di qualità eliminando sprechi e sperequazioni e diventare vero strumento di sostegno al sistema Italia.

I delegati della Circoscrizione estero chiedono all’assemblea nazionale del Partito Democratico di impegnarsi sui temi che sempre di più riguarderanno i cittadini italiani siano essi in Italia o all’estero anche in materia di diritti civili e di cittadinanza, di attenzione alle giovani generazioni e alla nuova mobilità.

Il lavoro svolto in questi anni dai tanti circoli sparsi per il mondo è stato fondamentale per l’azione politica del PD all’estero.
Sentiamo adesso l’esigenza di un rapporto più diretto fra la Circoscrizione Estero e il Partito in Italia poichè le questioni che ci interessano sono invece di natura sovranazionale e sono legate alla mobilità del lavoro, l’internazionalità delle scelte e  la globalità delle politiche economiche.

Il nostro fare politica deve essere all’altezza di questa dimensione e deve disporre delle risorse necessarie se non vuole perdere contatto con la realtà in cui opera.



Martedi 21 settembre: riprende l’attività del PD Parigi

Dopo la pausa estiva riprende l’attività del PD Parigi.

Le ultime settimane sono state segnate da un clima teso e preoccupante: processo breve, legge bavaglio, condono fiscale, riforma della scuola e delle pensioni.La situazione politica italiana peggiora giorno per giorno e il Parlamento è bloccato. Non è una novità, certo, e l’opposizione sta ancora cercando una sintesi difficile da individuare.

Per un dibattito sulla situazione italiana e per una discussione sulle prossime iniziative che ci aspettano ci vediamo Martedi 21 settembre alle 19h30 alla sede delle Acli (g. c.) al 26, rue Claude Tillier – 75012 Paris Métro NATION (2, 6, 9) o Reully-Diderot (1, 8).

Siete tutti invitati per discutere il ns odg:

  • situazione politica italiana: elezioni in primavera
  • assemblea PD di ottobre
  • iniziative e gruppi di lavoro: energia,…
  • organizzazione per i prossimi mesi
  • creazione comitato referendum acqua
  • varie ed eventuali

Associazionismo all’estero, Comites e CGIE (Maria Chiara Prodi)

quando erroneamente (il Sottosegretario) le definisce (CGIE e Comites) “strutture antiche che non rappresentano più niente”, quando invece sono le più vicine alla gente (poi chiaramente ci sono quelle che funzionano bene e quelle che non funzionano, come i nostri consigli comunali che non brillano tutti per efficienza).

Tutto questo non è  affatto convincente.

Io trovo che un documento di questo tipo dovrebbe dire chiaramente:
A. che almeno nell’ambito europeo si deve votare per lo stato in cui si risiede, e che siamo d’accordo che nell’interim si cerchi di fare in modo che comunque le persone possano esprimere almeno UN voto, ma che é un percorso temporaneo // e magari si danno due indizi precisi sulle discussioni a questo proposito portate avanti in Europa. (e non sarebbe neanche male dire che occorre alleggerire consolati e ambasciate italiane in Europa, by the way).
B. che si dica che alle Europee si vota SOLAMENTE per i candidati del paese di residenza, come punto di transizione A. e per evitare ancora cio’ che é capitato a me, vale a dire seggi con matite copiative che si cancellano, e schede che non si controllano sul posto ma vengono spedite in Italia(diversamente dalle elezioni politiche).
I due o tre consigli presenti nel documento su come migliorare il voto sono giusti, soprattutto validi per l’Australia, il Canada, l’America Latina, diciamo che sono cose di buon senso, legate alle inefficienze attuali, ma non sono certo una visione politica.
Quanto a Comites e CGIE, sarebbe più sano che a “difendersi” fossero loro pubblicizzando best practices e manifestando pubblicamente questa “vicinanza alla gggente” di cui E. Marino parla.
Siam d’accordo che rimandare delle elezioni democratiche (quelle per i Comites) é un ricatto, ma solo perché una decisione netta non siamo in grado di prenderla subito.
E poi nessuno é ancora stato in grado di spiegarmi questa cosa pelosa della distinzione tra associazionismo e politica.
Se i Comites devono esprimere le associazioni presenti nel territorio e I PARTITI ne sono esclusi, allora avrebbe senso che gestissero dei fondi per progetti culturali all’estero e fossero chesso’ affiliati agli istituti di cultura.
Il passaggio che fa totalmente acqua é che, a fronte del sistema elettorale attuale, con candidati espressi da movimenti e partiti politici e votati in libere elezioni, resti il passaggio tra i Comites -> CGIE, cioé tra rappresentanti delle associazioni che diventano rappresentanti di un organo ibrido che serve unicamente come trampolino di lancio per (e si torna al punto di prima) i candidati alle elezioni.
In nessun punto del documento questo passaggio, che é secondo me quello chiave, viene trattato.
La ragione di questo é evidente, é che nessuno, in un territorio cosi’ ampio, avrebbe la possibilità di farsi conoscere e votare con una campagna territoriale, e Comites e CGIE, dando un pochino di rete e di possibilità di farsi conoscere, attenuano questa difficoltà.
Ma non sarebbe più sensato analizzare questa criticità e risolverla (con fondi specifici per la campagna elettorale o con un ruolo più attivo dei consolati, che potrebbero chesso’ dare una pagina del sito o spedire i programmi di tutti i candidati) piuttosto che tenere in piedi un’organo inutile e palesemente distorto rispetto ai suoi fini?
Le premesse ad un serio lavoro sul voto all’estero, secondo me, dovrebbero essere tre: 1. spingere perché l’Europa abbia una sua cittadinanza 2. rivedere le regole di attribuzione della cittadinanza (che un trisavolo italiano permetta ad un argentino di condizionare la politica italiana mi sembra un po’ esagerato) 3. correggere il tiro rispetto agli abusi più evidenti -quindi stampa in Italia delle schede e preferenza per seggi in consolato, con rischiesta di opzione per il voto per corrispondenza-
Per me soppressione del CGIE e riforma dei Comites per farne dei limpidi organi di promozione dell’associazionismo italiano all’estero, sono una cosa evidente. Per voi?

Un commento sulla giornata franco-italiana del 22 gennaio a Sciences Po

Venerdi 22 gennaio Enrico Letta, vicesegretario del PD, ha partecipato alla “IV journée franco-italienne” organizzata dall’ambasciata italiana a Parigi, da quella francese in Italia e da Sciences Po Paris, che ha anche ospitato l’evento. Tema dell’incontro: un contributo franco-italiano al rilancio della crescita nel contesto di una nuova governance mondiale. Tra gli altri relatori dell’incontro, svolto in videoconferenza con Palazzo Farnese a Roma, erano presenti Tommaso Padoa-Schioppa e Marc Lazar.

L’intervento di Enrico Letta ha avuto una prospettiva spiccatamente europeista, presentando l’Europa come unica ricetta per un rilancio oltre la crisi. Dopo aver preso atto del fallimento della strategia di Lisbona e non trascurando delle critiche alle nuove figure a capo dell’Unione che il trattato di Lisbona ha creato, Letta ha indicato delle possibili soluzioni economiche per i mesi e gli anni a venire. Il contesto in cui inscrivere  tali soluzioni è la creazione di una unione effettivamente economica oltre che monetaria tra i 27. Per raggiungere tale obiettivo sono state proposte la nascita di giganti economici transnazionali e la creazione di authorities per la sorveglianza finanziaria a livello europeo (http://bit.ly/6zOCko).

L’interesse dell’intervento di Enrico Letta, come molti altri nello svolgersi della giornata, risiede nel suo aver collocato i rapporti franco-italiani inevitabilmente nel contesto europeo, una prospettiva ricca di opportunità ma che la difesa degli interessi nazionali tende spesso ad offuscare.

Alessio Sacchi

Lettera del Partito Democratico Parigi all’ambasciatore d’Italia

Abbiamo inviato oggi questa lettera all’ambasciatore d’Italia a Parigi, Giovanni Caracciolo di Vietri:

Partito Democratico Parigi
Associazione Democratici Parigi
33 rue Croulebarbe
75013 Parigi

Parigi, 13 ottobre 2009

All’attenzione di Giovanni Caracciolo di Vietri
Ambasciata d’Italia a Parigi
51, rue de Varenne
75007 Parigi

Egregio Ambasciatore,

secondo “Il Fatto Quotidiano” di oggi 13 ottobre, la sua lettera di protesta a Libération del 29 settembre 2009 sarebbe la conseguenza di una circolare ministeriale che invita i diplomatici a reagire di fronte ad articoli di stampa estera critici nei confronti di Silvio Berlusconi.

Desideriamo manifestare il nostro profondo disagio sia nei confronti del contenuto della lettera di protesta da lei inviata, sia nei confronti di questa presunta strategia di difesa dell’immagine dell’Italia, della quale ci piacerebbe avere formale smentita.

È forse superfluo osservare che la stampa estera non ha per vocazione di rispondere alle esigenze di comunicazione di Silvio Berlusconi, ma di diffondere informazioni. Noi abbiamo la netta impressione che la stampa estera non stia facendo altro che prendere atto di ciò che caratterizza tanto l’attualità italiana quanto l’operato del Presidente del Consiglio.

Siamo anche noi, lavoratori italiani all’estero, preoccupati per l’immagine del nostro Paese; forse più di chiunque altro. E ci rivolgiamo a lei, nostro formale rappresentante diplomatico, perché informi le autorità della nostra preoccupazione, che non si può lenire con poco spontanee lettere di protesta alla stampa, ma con il realizzarsi di un comportamento politico e istituzionale ispirato a moralità, discrezione, rispetto per le altrui opinioni, e senso dello Stato.

Rispettosi saluti,

Associazione Democratici Parigi
Circolo PD Parigi

Assenteismo parlamentare: un po’ di serietà, signori (Federico Iori)

Gentili Stefano Bonaccini , Dario Franceschini, Pierluigi Bersani e  Ignazio Marino.

vi scrivo in quanto siete rispettivamente segretario provinciale del PD Modena, la mia citta’, segretario nazionale del PD , candidati alla guida del medesimo partito e in più membri della direzione nazionale e, ultimo ma non meno importante, come iscritti tutti al medesimo mio partito, il Partito Democratico.

MI chiamo Federico Iori, sono di Modena e vivo a Parigi da 2 anni per motivi di lavoro, faccio ricerca nel campo della fisica.

Vi scrivo per manifestarvi tutta la delusione, l’ amarezza , la sfiducia non solo mia ma anche di altri miei colleghi ed amici italiani che vivono e lavorano  all’ estero, nell’apprendere della poco edificante performance del PD in parlamento ieri per la votazione sullo scudo fiscale.

Non rigiro il dito nella piaga, perché grande e molto dolorosa, ma voglio solo porvi qualche considerazione su cui varrebbe la pena di riflettere.

Alla luce di quanto accaduto, cosa pensate che la gente dica del PD? Oltre a leggere i numerosi e poco calorosi commenti su Repubblica o sul Corriere, cosa pensate che scatti nelle persone che osservano la politica italiana ad esempio dall’ estero? Che immagine credibile puo’ avere il nostro partito e tanto meno i nostri rappresentanti in parlamento?

Dall’ estero tanti sono gli italiani che guardano con speranza in un cambiamento che crei condizioni per rientrare (si parla di lavoro e possibilità di vivere in maniera civile). Tanti sono gli iscritti e i supporter del PD qui a Parigi che pur impegnandosi per una bella politica, rimangono, come me, attoniti e basiti di fronte a queste manovre di palazzo. I nostri parlamentari che non votano per le più impensate cause, (quando i senatori a vita erano e sono i primi con 90 anni sulle spalle o febbre a 38 ad andare a votare in passato); il PD che scende in piazza oggi per la giusta campagna sulla libertà d’ informazione  che credibilità può avere??? ZERO!

Come tanti amici mi scrivono, vorrei sapere dove erano i nostri parlamentari al momento del voto!! all’ estero per il PD? a fare cosa?? in malattia?
Non vorrei essere pedante ma questo e’ il vostro lavoro di stare in parlamento. Il compito per cui siete stati votati dai cittadini che hanno riposto in voi fiducia.


Io non posso accettare di dover partire dal mio paese perchè mi manca in italia il lavoro e poi dover assistere  a umilianti vicende come quelle di ieri dovute a persone che godono trattamenti ben piu privilegiati della media dei cittadini italiani.

Sono molto molto molto incavolato, mi sento preso in giro e pure molto sfiduciato da un partito che  mi sembra non ha piu la bussola e il polso della situazione.

Nessun esponente del PD ha pubblicamente fatto ammenda. Trovo l’ atteggiamento del Partito e dei nostri parlamentari molto opinabile,  molto scorretto e falso. Non penso che si guadagni la fiducia degli iscritti e dei restanti elettori in questo modo.

Meno piazza gridata, piu azioni parlamentari efficaci. E chi sbaglia deve andare a casa. Perche se io lavoratore sbaglio, vengo licenziato. In parlamento questo non accade. E’ ora che nel PD sia ripristinata una seria disciplina. Datevi una mossa!

Vi ringrazio per l’attenzione e non mi scuso per lo sfogo, perche’ non lo e’. E’ la lettera di un ragazzo di 30 anni emigrato in francia per lavorare. E’ la lettera di un ragazzo di 30 anni che ha creduto nel progetto Partito Democratico e che ritiene che sia ora di essere piu seri e credibili. E’ la lettera di un ragazzo di 30 anni che si sta sfiduciando con amarezza. Fate seguire delle azioni concrete e coerenti alle vostre proposte oppure gli iscritti e gli elettori non vi seguiranno piu.

Cordialmente
Federico Iori.

Chi insulta l’Italia? Una lettera che forse l’Ambasciatore d’Italia in Francia potrebbe scrivere

Cara Libération,

Abbiamo letto con interesse la lettera dell’ambasciatore d’italia Giovanni Caracciolo di Vietri, apparsa con il titolo “Arrêtez de calomnier l’Italie“, del 29.29.2009, in risposta a un articolo apparso sul vostro giornale. L’ambasciatore non vi ha inviato la lettera che ci saremmo aspettati scrivesse. Cerchiamo di formularla:
“Onorevole presidente del Consiglio

Le segnalo la mia notevole preoccupazione di fronte all’immagine dell’Italia all’estero, che non può non avere gravi ripercussioni sulla vita e sul morale dei concittadini che risiedono al di fuori dei confini nazionali. Temo peraltro che alcune delle critiche che la stampa internazionale Le muove siano condivise da molti degli italiani che vivono all’estero, ed è mio dovere segnalarLe questa che forse Lei troverà essere una singolarità.

Onorevole Presidente del Consiglio, lei è l’immagine e la bandiera dell’Italia. I riflettori sono puntati su di Lei. Ci aiuti. Sia all’altezza della sua carica.  Non riceva più prostitute, o quantomeno verifichi che codeste non tengono accesi i registratori nella Sua camera da letto. Dimostri di non essere ricattabile. Non umilii le sedi istituzionali, come invece fa quando usa per scopi pubblici le Sue residenze private, Villa Certosa, Arcore, Palazzo Grazioli. Non mescoli pubblico e privato. Permetta agli Italiani di credere che i ministri del Suo governo stiano cercando di far gli interessi della RAI contro quelli di Mediaset, suo principale concorrente, come dovrebbero. Risponda alle domande che le rivolge la stampa nazionale e internazionale come fa qualsiasi capo di governo in un paese moderno, per evitare di dare dell’Italia un’immagine di paese arretrato. Si assuma le responsabilità di quello che i giornali di proprietà della Sua famiglia dicono contro questo o quel Suo avversario politico, per evitare di dare l’impressione che non è in grado di controllarli (e se non controlla nemmeno il Suoi dipendenti, come governerà il Paese? diranno alcuni). Eviti di nominare suoi ex-dipendenti a incarichi istituzionali. Eviti di dar l’impressione di aver promesso incarichi istituzionali a persone che le hanno fatto un favore, massime un favore sessuale. Cancelli ogni ombra sui procedimenti giudiziari a suo carico rispondendo nelle sedi appropriate, e non creando leggi ad personam. Consideri l’impatto non necessariamente positivo per l’immagine del Paese di inni canori come quelli che accompagnano le sue apparizioni pubbliche e televisive, e che dovrebbero sostenere una sua candidatura al Nobel.

Mi rendo conto, Onorevole Presidente del Consiglio, che la mia richiesta, ancorché incompleta, sia per lei onerosa; ma in quanto Ambasciatore dello Stato che rappresento, vorrei potermi rivolgere a testa alta ai miei colleghi, e anche ai miei concittadini che risiedono in questa terra. Serva il suo alto mandato con onore.”

Un parere discordante sul rinvio della manifestazione per la libertà di informazione del 19 settembre 2009 (Roberto Casati)

Se non con la lettera, sono molto d’accordo con lo spirito dell’appello di Peacelink, che invita a una manifestazione spontanea in sostituzione di quella revocata oggi per la libertà di informazione.  Vorrei dedicare un po’ del mio tempo, sperando di non importunarvi se userete il vostro per leggere queste mie, a una riflessione sull’opportunità di sospendere la manifestazione di oggi; dato che – per dirlo subito – non sono assolutamente d’accordo con la sospensione, diciamo questa riflessione è il mio modo di manifestare oggi.

La difficoltà della situazione italiana è tutta imperniata sulla questione della libertà di stampa. Un gruppo editoriale è al potere; l’opposizione sembra essere ridotta a un altro gruppo editoriale. La manifestazione di oggi era di un’importanza capitale. Perché è stata rimandata?

Il sito della FNSI (http://www.fnsi.it) adduce:

““Con profondo rispetto verso i caduti, nell’espressione di un’autentica, permanente volontà di pace quale condizione indispensabile di una informazione libera e plurale capace di rappresentare degnamente i valori della convivenza civile, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ha deciso, d’intesa con le altre organizzazioni aderenti (Cgil, Acli, Arci, Art. 21, Libertà e Giustizia e numerose associazioni sindacali, sociali e culturali), di rinviare ad altra data la manifestazione per la libertà di stampa programmata a Roma per sabato prossimo.”

La ragione è il rispetto verso i caduti. (Non ne sono completamente sicuro, peraltro: la formulazione è “con profondo rispetto”, non “per profondo rispetto”; ma non si vedono altre spiegazioni nella frase della FNSI):

Ora, una ragione di questo tipo è buona oggi quanto lo sarà in futuro. Se il mattino del tre ottobre un’altra bomba crea altrettanti morti a Kabul? Non voglio però fermarmi a questa eventualità. Se il due ottobre muoiono venti persone in un megatamponamento sulla Milano-Venezia? Se l’uno ottobre ci sono cinque morti sul lavoro?

A questo punto vengono le domande difficili. Mi pare che nessuno le sollevi in questa forma, ma non è una ragione per eluderle. In che senso le morti dei militari, in una missione, hanno un peso differente, tale da far rimandare una manifestazione di importanza cruciale?

Il punto non è tanto se le morti dei sei soldati siano un fatto grave. Lo sono. Il punto è capire se sono un fatto più grave dei mille infortuni sul lavoro l’anno, o dei seimila morti per incidenti stradali l’anno. Non lo sono; non foss’altro per ragioni puramente quantitative. L’esperienza di altri paesi mostra che un’azione determinata del Governo può ridurre queste cifre, che non hanno nulla di ineluttabile (l’esempio della Francia è straordinario in questo senso). Trovo abbastanza difficile da accettare che il Governo e il Parlamento passino anche una sola ora a preoccuparsi della vita di militari in una missione a dir poco opaca (non sappiamo se missione di pace o di guerra secondo esponenti della maggioranza) e non dedichino che del tempo marginale agli infortuni sul lavoro o agli incidenti stradali.

L’unica ragione per dare più peso alle sei morti di militari, ripeto: al punto di sospendere una manifestazione di importanza cruciale, è il loro evidente impatto mediatico.

Ma se questa è la motivazione, sospendere la manifestazione di sabato è un grave errore politico. Significa capitolare di fronte al dogma inaccettabile per cui l’agenda politica è determinata solo dall’impatto emotivo delle breaking news, e tanto più grave è la capitolazione in quanto la manifestazione riguarda proprio la libertà di stampa. Significa rinunciare implicitamente all’esigenza legittima di essere informati e non coinvolti emotivamente. Significa inoltre indicare che in futuro si sarà pronti a disdire manifestazioni sulla base di considerazioni puramente mediatiche.

Anche di fronte alla morte di queste persone, non è chiaro che la sospensione della manifestazione esprima un vero rispetto. In che senso avrebbe loro mancato di rispetto manifestare? L’informazione libera ha contribuito a rendere trasparenti i processi decisionali, smascherato gli interessi delle guerre, in fin dei conti tutelato la vita dei cittadini che si sono trovati di fronte a decisioni belliche senza poterle controllare democraticamente. Sospendere la manifestazione è allora una questione di pura convenienza mediatica? Oltre a essere politicamente sbagliata, la sospensione diventa ai miei occhi moralmente inaccettabile.

Roberto Casati

Cassa integrazione per i precari? (di Andrea Garnero)

VERO O FALSO?

«Oggi non c’è nessuno che perdendo il lavoro non venga aiutato dallo Stato. C’è la cassa integrazione per i precari, così come per i lavoratori a progetto». Berlusconi a Porta a Porta (04/06/09):

FALSO

I precari e i lavoratori a progetto non hanno la cassa integrazione guadagni. Il decreto legge “anticrisi” n.185 convertito in legge con modifiche il 28 gennaio 2009 prevede un intervento una tantum a beneficio dei lavoratori parasubordinati che hanno percepito almeno 5000 euro e meno di 13819 euro all’anno nel 2008 da parte di un unico committente in almeno tre mensilità e che ora risultano senza commesse di lavoro e svolgono attività in settori o zone dichiarati in stato di crisi (poi soppresso nel decreto attuativo). Si tratta di un intervento di sostegno del reddito in via sperimentale e non di un’indennità di disoccupazione. Il valore del sussidio è del 20% del reddito percepito l’anno precedente per il 2009 e del 10% successivamente.

I lavoratori parasubordinati, infatti, sono considerati autonomi dal punto di vista previdenziale, e dunque senza diritto alle prestazioni di disoccupazione. I particolari requisiti necessari per accedere ai sussidi (per esempio, due anni almeno di iscrizione alla cassa) escludono la maggior parte dei lavoratori a tempo determinato, ma soprattutto quelli con un contratto di lavoro somministrato o interinale per non parlare degli apprendisti. Il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, nelle sue Considerazioni finali del 29 maggio ha dichiarato: “La crisi ha reso più evidenti manchevolezze di lunga data nel nostro sistema di protezione sociale. Esso rimane frammentato. Lavoratori altrimenti identici ricevono trattamenti diversi solo perché operano in un’impresa artigiana invece che in una più grande. Si stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento” (pag. 12, http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2009/cf_08/cf08/cf08_considerazioni_finali.pdf).

Inoltre, le imprese con meno di 15 dipendenti, tessuto fondamentale del nostro paese, possono fare ricorso solamente alla Cassa integrazione guadagni in deroga con lunghi tempi di attivazione e scarse risorse tanto che in alcune zone d’Italia le banche e le Fondazioni bancarie si sono attivate per anticipare il versamento.

In un primo momento si era parlato anche di interventi formativi per riqualificare i lavoratori che perdono il proprio posto, ma nella legge e nel decreto attuativo non se ne trova traccia.

Maggiori approfondimenti http://www.lavoce.info/articoli/-lavoro/pagina1000787.html e la proposta alternativa di Boeri e Garibaldi per risolvere queste disparità http://www.lavoce.info/articoli/-lavoro/pagina1000994.html

(Testo di Andrea Garnero)