Diritto a non soffrire

http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_16/anestesisti_ferie_6b9533a0-d27d-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml

Segnalo un articolo di cronaca, di quelli che possono tranquillamente passare inosservati. Non si parla di grandi riforme né di Berlusconi, solo di un diritto fondamentale: quello a non soffrire.
Un diritto che si cerca di garantire a tutti ma che in certi domini stenta a prendere campo.
In un ospedale di Milano, vi faccio un breve riassunto, nel periodo natalizio, causa ferie il servizio di epidurale gratuita non potrà essere garantito: gli anestesisti sono in vacanza, quelli che restano sono accaparrati dalle urgenze.

Alle donne che devono partorire non resta che farlo nel dolore. Uso una frase che fa parte di una cultura (magari di matrice cattolica, ma ben più diffusa) e vi invito a fare un piccolo esperimento mentale se per caso quella del partorire senza epidurale (in un mondo in cui la tecnologie lo rende possibile) vi sembrasse una eventualità trascurabile.

Immaginatevi di andare in ospedale e di dover togliere un neo, ricucire un taglietto un po’ più lungo del normale, ma anche qualcosina di più; se siete passati vicino ad un ospedale e avete sentito le urla delle partorienti senza epidurale potete fare un piccolo parallelo con una operazione chirurgica senza anestesia. E immaginate che tocchi a voi, un giorno qualunque della vostra vita, perché all’ospedale hanno finito l’analgesico, o l’anestesista è alle Maldive, con buona pace e autorizzazione della sua struttura ospedaliera.

Quanti di voi non rimarrebbero a bocca aperta?
Ora, l’epidurale non è cosa nuova, ma in Italia non crediate che tutte se la possano permettere. Io ho due amiche che hanno partorito nel dolore perché non potevano fare altrimenti. Una delle due ha anche ottenuto la seguente rassicurazione : “Ma signora, ma non lo sa che se non soffre durante il parto non produce gli ormoni necessari ad amare il suo bambino quando nasce?” La buona parola veniva da un’infermiera. Non so se c’è un peggio alle idee barbare travestite da pseudo-scienza.

Una barbarie che si consuma sul corpo delle donne: il corpo espropriato per eccellenza, quello su cui sono altri a decidere se deve soffrire, se puo’/deve avere figli, che prezzo vale, quanto si deve umiliare in televisione o alle feste di un berlusconi (e non c’è solo lui) per ottenere un posticino, una vetrincina, magari sotto un tavolino di plexiglas (per chi non l’ha visto: “Il corpo delle donne” è un documentario che bisogna guardare). In altre società – per chiarire che il male è più ampio del nostro paesello in forma di stivale – quanto devono essere lunghi i suoi piedi, il collo, quando deve e puo’ essere sverginata e infibulata.

Insomma, quella per l’epidurale mi pare una battaglia che vale la pena, non solo per le donne coinvolte, ma per cambiare un modo di vedere il mondo e le donne, e un modo che le donne hanno di viversi, come ricettacoli di dolore inevitabile, marcate a vita da una colpa primordiale ben più grave di quella che per alcuni pesa sull’uomo; una colpa tale che merita solo di stenderci un velo sopra.

Elena Pasquinelli

Un pensiero su “Diritto a non soffrire

  1. Una precisazione: naturalmente non penso e non penserei mai di imporre l’epidurale, come nessun altro trattamento non desiderato.

    Parlavo di diritto ad usufruirne, ma anche e allo stesso tempo di raddrizzare dei pregiudizi travestiti da scienza attraverso campagne di informazione che semplicemente nessuno fa, e che ci abituino pian piano a riflettere sulle nostre scelte liberandole da certi pregiudizi culturali. Poi ognuno sceglie quello che vuole.

    Ma vi assicuro che nel caso della peridurale vige un gigantesco pregiudizio culturale sul valore della sofferenza: ci si sente in colpa a partorire senza dolore, sembra di tradire le proprie mamme e generazioni di donne che hanno sofferto dando la vita.

    Nessuno si sente in colpa a farsi operare a un ginocchio senza soffrire; nessuno vi direbbe: ho scelto di farmi operare il menisco a casa e senza anestesia, solo un bicchiere di whisky, come si faceva ai vecchi tempi; o di farmi strappare un molare a mano, senza anestesia, come faceva mio nonno.

    Ma il parto si, eh, il parto è diverso. Soffrire durante il parto è un vanto: ho urlato per 48 ore per poterlo mettere al mondo.
    Sai il povero nascituro che nasce si’ in casa a luci basse, ma in mezzo a urla strazianti, da una mamma mezza morta dal dolore e dalla fatica che manco riesce a prenderlo in braccio!

    A parte gli scherzi, è utile riflettere su come il corpo della donna, la capacità di dare la vita siano sempre accompagnati da un dovere al dolore, dovere che si trasforma nel piacere masochistico del sacrificio (metto il velo per scelta perché so sacrificare il mio vanto e il mio corpo a una causa superiore; infibulo mia figlia perché noi donne sappiamo proteggere la nostra virtù a prezzo di dolore e morte).

    Stabat mater dolorosa.

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