Scuola e Costituzione

http://www.repubblica.it/scuola/2011/03/01/news/scuola_pubblica-13029862/
Premesso che non c’è peggio alle contraddizioni disarticolate del Presidente del Consiglio (e che nessuno riesce a misurarsi con la sua totale mancanza di senso dello stato),
l’articolo di Settis sulla scuola pubblica, apparso su repubblica, mi ha lasciato molto delusa.
Non si difende la scuola rileggendo (solo) la Costituzione.
La Costituzione non è un Libro sacro: è il frutto di compromessi e di idee di un mondo che per certi versi ci è diventato lontano. Ed è un libro di principi, non di leggi. Siamo entrati in una fase di sfrenato costituzionalismo, per il semplice motivo che molte delle persone che ci governano da anni sono talmente, abissalmente, lontani dalle preoccupazioni dello stato che non hanno pensato necessario leggere la Costituzione prima di accettare un incarico di governo, o di parlamentare. L’ignoranza di alcuni non fa della Costituzione un LIbro sacro. Certo, resta il aftto che non si tratta neanche di una raccolta di principi come se ne possono fare in qualunque momento della storia: la Costituzione nasce in un momento sensibile, ed è appunto il frutto di una conciliazione tra posizioni opposte, come non la si vede comunemente in momenti di normale lotta politica tra posizioni divergenti.
Detto questo, non mi pare che la costituzione sia la ragione per difendere la scuola pubblica, né che una battaglia si possa limitare a scuola pubblica contro privata. E cito qualche punto che mi pare dovrebbe entrare nel dibattito:
1. La scuola privata italiana è un caso unico al mondo. Tipicamente le scuole private sono migliori delle pubbliche: vengono scelte, da chi puo’, per fare meglio; chi non puo’ si accontenta di “quello che passa il convento”. In Italia la scuola privata è sinonimo di insegnamento retrogrado e soprattutto di: pago per poter prendere un diploma anche se resto analfabeta. La scuola privata italiana è sinonimo di scuola cattolica, e finanziare la scuola privata significa finanziare in modo “indiretto” la Chiesa cattolica (motivo per il quale sono i governi di centro-sinistra che si trovano a dover finanziare la scuola privata, appunto cattolica: è il prezzo da pagare per guadagnare un po’ di pace dalle gerarchie cattoliche). Magari questo è un problema, e dovremmo essere capaci di immaginare una scuola privata che viene finanziata (per esempio via vouchers, non via interventi diretti) per i suoi insegnamenti (non per i principi che inculca). Finché la scuola sarà vista come un luogo in cui inculcare principi, i fondi andranno a vuoto.
2. Non esiste più solo la scuola. Dalla Costituzione a oggi il mondo dell’educazione e della formazione è cambiato. Si parla di formazione tutta la vita, di sociétà della conoscenza. Quante famiglie pagano almeno due corsi a settimana ai loro figli, vuoi di sport, di inglese o musica? Questa è educazione, ed è privata, a carico delle famiglie, perché extra-scolare. Le formazioni che gravitano intorno alla scuola sono un elemento chiave della nostra società, quando si tratta di formazione. Se ne puo’ fare a meno? basterebbe “potenziare” il servizio pubblico? O invece è bene che restino dei margini perché ogni famiglia e poi ogni adolescente possa fabbricare il suo menu’ “à la carte” in termini di formazione? Ma in questo caso, se imparare inglese in privato, o violino, non è più un semplice vezzo, ma un complemento integrativo della formazione di base, diventa necessario pensare a modi di finanziamento per le famiglie. Oppure si lascia libero corso al solito divario tra chi puo’, e chi non puo’. L’uguaglianza sociale, le opportunità per tutti non passano più, come al tempo della Costituzione, per gli 8 anni di istruzione pubblica obbligatoria per tutti. LO dico in altro modo: cominciamo a pensare che quell’orizzonte è, per il nostro mondo, al di sotto del minimo educativo richiesto per fare parte di una società in modo pieno.
3. La scuola pubblica non va, e non solo perché mancano insegnanti. Anche se di certo mancano insegnanti. Ci sono riforme che costano, ma non solo. Non sono necessariamente i paesi che spendono di più in educazione quelli che hanno un miglior sistema educativo. Finlandia docet. Quando si chiedono soldi (e sottolineo che questi soldi vanno chiesti) lo si deve fare con un piano in mente: aumentare il gettito alla scuola pubblica, o anche mantenerlo, senza sapere cosa farci, non salverà la scuola dal disastro:
– quanti maestri vogliamo per la scuola elementare? Perché?
– cosa vogliamo insegnare alla scuola media? Fino a che età?
– che tipo di istituti immaginiamo per la scuola post-obbligo? In che relazione con le formazioni professionalizzanti e quelle orientate alla ricerca (la divisione per esempio delle università finlandesi)?
– come si articola la scuola pubblica con l’offerta di formazione del territorio? Quanto si puo’ “esternalizzare”? Faccio un esempio: insegnamento delle nuove tecnologie. Si aprono tre scenari possibili. Nel primo la maestra delle elementari si studia a casa un manualino e poi insegna ai bimbi quello che ha capito su come funzionano computer, web e altro. Scenario 2: la scuola paga un insegnante speciale per diverse classi, che si occupa solo di tecnologie. Scenario 3: si favorisce la crescita di centri cittadini per la formazione alle nuove tecnologie, con attività pedagogiche validate dirette ai bimbi delle elementari, ai ragazzini delle medie e superiori, ma anche agli anziani, ai lavoratori di diverse discipline. La scuola passa “contratti” con queste strutture, cosi’ come lo fa il Comune che deve formare i propri dipendenti, o la Casa di riposo. Queste strutture non si limitano, non devono, all’offerta pedagogica: fanno mostre di arte e tecnologie, conferenze sull’uso delle tecnologie nella ricerca scientifica, e quello che potete immaginare di buono, bello e diretto alla popolazione più larga possibile. La scuola è uno degli elementi del territorio, si nutre delle offerte del territorio, le coordina e fornisce quell’educazione indispensabile anche a saper e poter approfittare di questi tipi di formazione. Fa leggere, fa scrivere, fa imparare cosa significa diventare esperti inun certo dominio, e a usare queste conoscenze in altri domini. Insegna cosa uol dire andare a fondo di una conoscenza, vederla sotto tanti punti di vista. Galileo scienziato e scrittore, l’astronomia nella storia e oggi, la matematica che ha permesso i salti nella scienza astronpmica, la storia della religione e il suo rapporto alla scienza.
4. Questo comporta anche riforme in termini di idee sulla scuola, alla luce di quello che oggi si sa e non si sapeva all’epoca della Costituzione, su cosa funziona, e cosa no, e perché. O meglio, definitivamente: idee sull’educzione, non sulla scuola.
Finisco con una critica diretta a Settis: quello che mi preoccupa non è che il Ministero in mano alla Gelmini non si chiami più “della Pubblica Istruzione”, ma solo “dell’Istruzione”; è che non si chiami Ministero dell’Educazione della Formazione. Perché vuol dire essersi persi unnodo importante nel cambiamento della nostra società.

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