Luglio 2010: Aquila

Mosaico dei giorni
Storie del post terremoto
6 luglio 2010

Ieri mi ha telefonato l’impiegata di una società di recupero crediti,
per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del
2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno
ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa
terremoto. Il decoder Sky giace schiacciato sotto il peso di una
parete crollata. Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà
presente quanto le ho detto a chi di dovere. Poi, premurosa, mi chiede
se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città,
ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta
affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che
scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il
groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di
nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo
faccio. Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non
posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri
ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire.
Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci
sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal
primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se
non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l’i.c.i. ed i mutui sulle
case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti.
Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno
stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di
retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma
restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato
non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono da soli, ben
ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili
che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti
sono triplicati. Senza nessun controllo. Che io pago, in un paesino di
cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un appartamento in via
Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi
quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la
vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz’anima. Senza
neanche un giornalaio. O un bar. Le racconto degli anziani che sono
stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri. Le
racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle
scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore. E
lei mi risponde, con la voce che le trema. “Non è possibile che non si
sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i
giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono
scriverlo.” Loro non scrivono voi fate girare.

http://www.peacelink.it/mosaico/a/32076.html

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