dreaming the changement: riflessioni del pd paris sul cosa e come

Da qualche mese mi sono ravvicinato alla politica. Alla politica attiva. Perché si fa politica in ogni piccolo gesto o solamente nell’avere un’opinione ragionata. Da qualche tempo dunque sono vicino al circolo del PD di Parigi, e divoro le mails del gruppo con interesse. Mi affascina vedere che persone intelligenti discutano e si impegnino. E devo ringraziare Beatrice per il lavoro che fa e i volontari che spesso spuntano fuori per questa o quella azione. Nonostante questo sento forte la fragilità del sistema. Credo che molto derivi da un complesso della sinistra nei confronti del denaro.

Da ragazzo pensavo ancora che la militanza potesse bastare. Oggi sono convinto del contrario. Organizzare un gruppo di lavoro politico richiede un impegno e delle risorse notevoli. Fare politica significa spingere i nostri rappresentanti al parlamento e delegargli delle scelte d’interesse generale. Ma per i nostri rappresentanti non sarà facile imporsi. Da una parte hanno un gruppo di volontari impegnati e dall’altra gruppi di potere con immense risorse. Una delle società per le quali faccio consulenza a Parigi ha fatturato l’anno scorso 32,6 miliardi di euro. TRENTADUEVIRGOLASEIMILIARDIDIEURO. Invece la finanziaria “triennale” in discussione in Italia conta qualche miliardo in meno.

Insomma le azione di impegno, a cui spesso non partecipo perché non abito a Parigi, sono interessati, ma mi fanno venire “in memoria” la fragilità della mantide di Franco Fortini, schiacciata da una bambina. Un immagine cruda. La loro fragilità non sta nei contenuti, ma nell’atto autonomo e volontario della partecipazione.

Per crescere dovremmo forse sfruttare le regole del marketing. Per farlo bisognerebbe innanzitutto fare cassa e permettere ad alcune persone di occuparsi a tempo pieno del partito. Obama l’aveva ben capito e la sua prima azione è stata: raccogliere fondi. Avere il denaro ci permetterebbe di essere più produttivi (come partito) e più indipendenti nelle decisioni. De resto come possiamo pretendere che Beatrice riesca a fare “management” part-time. Gestire un gruppo largo di volontari è più duro che gestire un gruppo ridottissimo di dipendenti. I soldi quindi. Il denaro, i fondi, la cassa. Non più complessi.

Dal punto di vista del marketing, le azioni attuali sono di “mantenimento” della quota di mercato. Le attività fatte non cercano nuovi elettori. Si lavora sulla “fidelity”, che in realtà è il secondo gradino di una normale azione di marketing. Prima cercare i clienti poi fidelizzarli. Del resto in politica si hanno 5 anni per avere la quota di mercato maggiore, altrimenti non si vincono le elezioni.

Esiste un libro che è stato ispiratore delle strategie del gruppo analitico della CIA (che è completamente diverso dal gruppo operativo o dal pentagono): “From dictatorship to democracy”. I metodi consigliati, con qualche adattamento ai tempi e alle tecnologie, sono stati usati positivamente in diversi paesi. Vi ricordate la “rivoluzione arancione” in Ucraina?

Sintetizzo il metodo.

1) raccogliere fondi

2) creare consenso

3) usare una immagine

I metodi per raccogliere fondi in modo trasparente ci sono e dobbiamo appropriarcene.

Per creare il consenso non basta la pubblicità e la televisione. Anzi devono essere utilizzati metodi completamente diversi (visto che nei regimi dittatoriale non si ha accesso ai sistemi di informazione). Come? Con dei sistemi di marketing. Con la “intercettazione del cliente potenziale”. Es. se si vuole avere dalla nostra parte la polizia, basta convincere e aiutare un poliziotto alla volta o una piccola caserma. In questo modo si attiva l’arma più potente per le idee, il “viral marketing”. In pratica proviamo a portare tutte le settimane una tanica di benzina in una caserma. Costo 60 euro al mese. Ma il valore di impatto sarà enorme rispetto ai “santini elettorali”.

Usare l’immagine. In ucraina era l’arancione. Bisogna lavorare alla semplicità. In Italia sia il PD che il PDL hanno i colori nazionali. Dal punto di vista comunicativo si assomigliano. (ma non mi dilungo sugli aspetti e sociologici, e puramente grafici)

Io e il sistema.

Innanzi tutto mi guardo allo specchio e mi dico: quanto io sono disposto a investire per la democrazia nel mio paese? Beatrice chiedimi un euro al giorno e io sono disposto a dartelo. Se fossi stato un partigiano avrei dovuto investire in armi e probabilmente nella mia vita. Oggi mi costa molto di meno: solo un euro al giorno? Sono disposto a farlo.

Da bambino giravo la domenica nelle case del quartiere con mio padre per raccogliere i fondi del tesseramento dell’allora PCI. Ma all’epoca era il partito che pagava gli stipendi: dai deputati e ai consiglieri comunali. Perchè non chiedere che una parte degli stipendi venga utilizzata per rilanciare il partito? Sarà solo un gesto, ma coi gesti si puo’ dare l’esempio. Ecco perchè nel marketing usano i “testimonials”. Se lo fa lui, posso farlo anche io.

Creare una rete di autofinanziamento in rete. E allora ogni azione potrà avere un ritorno sull’investimento. Si anche in politica voglio calcolare il ROI (Return On Investmen) della mia azione. Impiego una giornata intera ogni mese, se la mia giornata farà guadagnare 5 voti in più alla sinistra!

Enrico PANAÏ

Ps. Beatrice, questa mail è per te e per il tuo impegno.

In memoria III (di Franco Fortini)

La bambina schiacciò con il sasso la mantide.

A scatti moveva la testa.

Dal ventre una frittata di seme

una chiazza di pasti consumati.

Le mandibole mordevano.

I coltelli delle zampe recidevano

aria. Una metà

d’insetto s’adempìva.

To be continued………

————————————

Caro Enrico,
grazie di questo bel messaggio, che trovo molto interessante.
Il punto nodale secondo me é che il marketing non é che un insieme di strumenti assemblati secondo una strategia per ottenere un fine (dal vendere una lattina al vincere le elezioni), un partito é uno strumento per ottenere il potere e gestirlo secondo alcuni programmi e valori e principi.
scavando e scavando al di là degli strumenti, cio’ che desideriamo é che la vita delle collettività a livello politico sia regolata da meccanismi che rispondano ai bisogni di questa collettività e il nostro operato é per agire e “oliare” il sistema (o cambiare qualche pezzo marcio) perché questo funzioni. sia in generale, sia per fare avanzare i valori di cui ci sentiamo portatori.
gli errori di marketing sono imputabili ad un’incompetenza operativa e/o ad una visione limitata della questione.
se ti adoperi avendo come obiettivo la vincita di un’elezione sei molto meno credibile che se ti smazzi per una visione della democrazia, della partecipazione etc etc.
questa considerazione é marketing o lotta civile?
il libro che citi, CIA o non CIA, é scritto da Gene Sharp, che é uno dei più importanti teorici (e pratici) della nonviolenza a livello mondiale:
se un governo disgraziato non dà benzina alla polizia, io trovo giusto fare la colletta e portare la tanica di benzina. ma la motivazione é più profonda che trovare una strategia di marketing per vincere una tornata elettorale. risiede nella lotta civile. nel ricreare coesione sociale. i cui frutti sono molto più profondi che la vincita di un’elezione.
gli strumenti della nonviolenza sono tanti e vari e fantasiosi e complessi e … vincenti.
magari l’anno prossimo potremmo organizzare un po’ di formazione e lasciarci ispirare.
MC
—————————————-
Benvenuto tra di noi e grazie per questo intervento.

> Organizzare un gruppo di lavoro politico richiede un impegno e delle
> risorse notevoli. Fare politica significa spingere i nostri

<snip>

> Per crescere dovremmo forse sfruttare le regole del marketing. Per farlo
Tuttavia, trovo ci sia un importante non sequitur nel tuo
ragionamento. Mi sembra infatti che tu dica (correggimi se sbaglio): la
militanza non basta, serve il marketing; poi da lì passi al “quindi ci
servono risorse” per concludere “quindi ci servono soldi, troviamoli”.
Questo flusso di ragionamento mi trova in disaccordo; o almeno non mi
sembra la base corretta dalla quale partire.

[ breve digressione sulla mia storia personale, che puoi tranquillamente
saltare ]
La mia storia personale mi ha portato a fare parte di una grossa
organizzazione mondiale di volontari, tale organizzazione (che
chiameremo “Debian”) si occupa di informatica e fa un sistema operativo
che è ora usato per tenere in piedi i server Internet di mezzo
mondo. Inoltre, molte aziende riusano il lavoro della nostra
organizzazione (le licenze lo permettono) e ci fanno soldi a
palate. Insomma, un impatto sul mondo reale, quello delle aziende con
fatturati smodati, lo abbiamo innegabilmente avuto. Tutto questo su base
assolutamente volontaria. Certo, c’è *ora* chi è pagato per farlo, ma
questo è venuto *dopo* al lavoro volontario ed è una distinzione
importante. Abbiamo del denaro? Si, ora ne abbiamo molto, grosse aziende
(Google, IBM, HP, …) ci sponsorizzano quando ne abbiamo bisogno, ma
quel denaro non è usato dall’organizzazione per pagare nessuno per
lavorare al progetto, è usato solo ed esclusivamente per acquistare
materiale che serve a svolgere il nostro compito “sociale”.
[ fine della digressione ]

Questo esempio è, almeno per me, convincente sul fatto che le risorse
(ed in particolare il denaro) aiutano, ma non sono una condizione
necessaria per avere successo. Condizioni necessarie sono invece la
passione dei membri di una comunità, il *sapere lavorare* (che il PD
spesso sembra non sapere dove stia di casa), il sapere prendersi delle
responsabilità e costruirsi la propria reputazione nella comunità in
base alla capacità di loro adempiere. Per usare un termine di moda, la
chiamerei meritocrazia (ma non sulla base di capacità *teoriche* dei
singoli, ma piuttosto sulla base dell’uso *pratico* che di tali capacità
viene fatto nella comunità di riferimento).

Il denaro? Certo, è molto utile, ma è molto meglio usarlo per la vita
dell’associazione (comprare materiale, pagare pubblicità se vuoi, etc.)
che non per pagare degli individui.

Di più, mischiare lavoro dipendente a lavoro volontario è terribilmente
complesso e può causare attriti terribili all’interno della comunità.
Per dire: i militanti oggi sono tutti uguali, non ci sono quindi remore
a chiedere ad un pari “puoi fare tu questo al posto mio, io oggi proprio
non posso”; mettiamo che domani il primo militante che chiede sia un
dipendente ed il secondo no, non si potrebbe sentire il secondo in
diritto di rispondere “ti arrangi: tu sei pagato per farlo, io no”?

Quindi facciamo attenzione, prima di deviare in questa direzione …

A presto.

Stefano Zacchiroli

——————————————–
Bel post, grazie a Enrico e Stefano e MC.

Mi trovo d’accordo con molti punti sollevati da Stefano.
Se permettete anche io farei una mini-digressione che poi nel mio caso non è nemmeno OT ma anzi rappresenta il cuore del problema:
prima di tutto ci si dovrebbe accordare su un minimo comune denominatore, ovvero “aderisco al PD perché”.
Il PD di oggi ha ai suoi vertici (pesco a caso l’odioso Letta) personaggi che rappresentano il 100% di quello che io considero un avversario politico.
Al 100%. Parliamone. Non sto chiedendo il dibattito su “chiamiamoci compagni, sì o no” ma almeno darsi una base minima comune, un’unione di persone capace di mettersi d’accordo su una frase, un manifesto, uno slogan che sia coerente e che di fatto elimini la possibilità ad esempio di tenersi nel partito dei dichiarati omofobi… Un minimo indispensabile, della serie: se dici cose sui gay che nemmeno un nazista beh, non puoi far parte del PD. Se sei pronto ad un golpe per ragioni di coscienza, non puoi far parte del PD. È chiedere troppo?
Checché ne pensi il nostro presidente Spezia i penso che molti dei mali del PD nascano da qui: dal non aver voluto affrontare i temi necessari per darsi un’idenitità comune, di base.
I temi che poi puoi tradurre in comunicazione come vuoi, per costruirti attorno, sui fatti, la famosa “narrazione emozionale” agognata persino da Cuperlo.
Sì noi siamo quelli delle taniche di benzina alle caserme; sì noi siamo quelli che hanno difeso Beppino Englaro (ah no, non tutti…), noi siamo quelli che ovviamente non vogliono simboli religiosi nelle scuole (ah no, aspetta….). Insomma ma chi saremmo noi?
Almeno questo è stato valido per me e parlo da ex tesserato: a farmi stracciare la tessera sono state le posizioni espresse dal segretario su un tema per me fondamentale come quello della laicità dello stato e dell’indottrinamento religioso coatto. Posso capire le divergenze di opinioni, le sfumature, ma non posso militare in un partito che giudica idiote quelle che per me sono battaglie fondamentali, imprescindibili.
Politicamente il PD di Bersani, Letta e sagrestani al seguito è mio avversario. Per dire: su molti fronti ho la sensazione di avere più speranze di vedere riconosciuti i miei diritti in un paese governato dalle liste civiche di Grillo o dall’IDV, che dal PD, programmi e dichiarazioni dei leader alla mano, intendo!
E c’è poi l’aspetto emotivo, oltre a quello politico. Per riprendere il noto episodio di quella grandissima binetta della Binetti: un partito dove non c’è una sollevazione immediata, totale degli iscritti, quando una sua senatrice dice testualmente che l’omosessualità è una devianza, è un partito morto. Oppure è un partito dell’estrema destra cattolica. In ogni caso, io me ne chiamo fuori.
Quanto poi all’aspetto finanziario e al creare attriti all’interno della comunità: mi risulta che il PD di oggi paghi i suoi militanti in nero e che distribuisca rimborsi con criteri discrezionali. Idem per i contribuiti trasversali a fondazioni e gruppi di ricerca. Mazzette arrotolate nella tasca anteriore dei pantaloni come ai mercati generali. Mi pare che anche per i circoli funzioni così: si spende e si spera in qualche rimborso. Il PD di oggi non mi pare abbia mai preso alcuna iniziativa nei confronti di membri condannati per mafia, non commissaria nessun circolo, niente di niente. Non implementa nessuna procedura che favorisca i meritevoli e punisca chi non fa niente. Ne vogliamo parlare?
Di nuovo, io partirei da qui. Ma siccome un ragionamento del genere presupporebbe l’andare fino in fondo su tutti i temi, compresi i temi taboo della laicità e di quel macigno cangerogeno che è il Vaticano che prospera a spese dello stato e dell’educazione e della scuola… Beh, penso che non se ne farà mai nulla.
Ed è un peccato perché secondo me tantissimi dei milioni di voti persi tornerebbero al primo segnale di cambiamento vero.
Goffredo Puccetti
————————-
Ciao,

Mi era sfuggito il messaggio, largamente condivisibile. Vorrei proporre una lettura personale della situazione italiana:

– Sono diciassette anni, a partire da tangentopoli, che la politica italiana è dominata dal marketing: non si tratta di uno slogan, ma della constatazione che il duopolio e poi monopolio televisivo hanno schiacciato il dissenso verso la politica della confindustria (vedi Pomigliano), producendo una realtà ad una dimensione come non mai: il dissenso non puo’ neanche esistere, se non nella forma che aveva nei regimi orwelliani: una caricatura di oppositori che sono dei buoni a nulla. Quando qualcuno osa, adesso persino scatta il telesquadrismo.
– Questo perché da diciassette anni i più grandi esperti italiani o stranieri di marketing lavorano in politica per conto ufficiale di una persona (che personalmente stimo essere un idiota, Silvio Berlusconi), anche se in realtà per conto della confindustria, che è il grande elettore di Berlusconi.
– Questo non vuole dire che il marketing in esso sia una cosa cattiva; come ogni tecnologia, va capita per essere utilizzata senza farsi male. E quindi ben venga lo sforzo verso cui ci indirizza Enrico.
– Mi domando adunque: qual’è la strategia di marketing del gruppo Berlusconi? Brancher ne è un esempio flippante: “mi attaccano perché l’Italia ha perso”. Riflettiamo su questa frase. Si cita il calcio; ed in particolare una delusione cocente e recente, ben presente nel telespettatore medio “elettore di Berlusconi”. Si fa riferimento a tifosi; dunque si richiamano le tifoserie; ora il telespettatore medio “elettore di Berlusconi” fa parte della tifoseria di Berlusconi;
– Questa associazione non è per nulla libera e fortuita: Si fa leva sulle emozioni del telespettatore medio “elettore di Berlusconi”, per cortocircuitargli il cervello (che deve restare disinserito) e farlo reagire con le trippe: penserà (o dovrebbe pensare, perché quando l’è grossa…!) finalmente:  “l’opposizione son i soliti nemici, che approfittano di tutto, persino del… lutto nazionale susseguente all’eliminazione, per attaccarci”!!!

Se pensate che sia fantascienza, basta leggere Georges Chetochine, “Le marketing des emotions”:
“La marque en tant que repère émotionnel existe donc de façon indiscutable dans le processus de consommation. Qui pourrait dire le contraire? Mais si la marque existe, c’est d’abord parce qu’elle est partie prenante dans la chimie de nos émotions. La marque n’est pas la conséquence d’un raisonnement chez le consommateur, mais bien la consequence d’une émotion attendue de plaisir.”
Il marketing di oggi, le strategie pubblicitarie, non servono ad altro che metterci nella testa queste associazioni di base… poi la natura fa il resto. Associazioni =  la Nutella e Barilla rassicuranti, Berlusconi simpatico, Berlusconi che lavora, Berlusconi che batte i cattivi comunisti. Trippe = fanno comprare Barilla e Nutella, e votare Berlusconi.

Non siete convinti? Facciamo allora un test scientifico. Riflettete un attimo solo a Berlusconi, al fatto che fa le feste nella sua villa pagata coi soldi degli italiani, al fatto che probabilmente la mafia è fra i suoi grandi elettori. Pensate alle sue battute sull’abbronzatura di Obama, e su Rosy Bindi “più bella che intelligente”. Ecco, non sentite venire dal fondo del ventre una sensazione fortissima di disgusto, di aberrazione, di impotenza? di costernazione… ? Sono tutte emozioni. Emozioni che ci bloccano nella nostra volontà di cambiare. Ecco il nostro complesso interiore, non è nei confronti del denaro, è nei confronti delle reazioni (definite Pavloviane da Cacciari) che ci suscita il caimano, e che ci bloccano il cervello mentre la Fiat trasloca da Pomigliano, mentre Marcegaglia ha i suoi milioni in svizzera, e mentre la piccola industria del made in Italy  arranca davanti alla concorrenza del made in China. “Meditate, gente, meditate” (ed io vado a prendermi una birra come Renzo Arbore faceva in una pubblicità…).

Cordialmente,
Lorenzo Ciampolini

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