Sabato 30 Giugno: l’Associazione Democratici ed il Circolo PD Parigi aderiscono al Gay Pride 2012

L’Associazione Democratici ed il Circolo PD Parigi aderiscono al Gay Pride 2012.

Mentre in Francia, con la vittoria di Hollande e della Gauche, ci si appresta a vedere ulteriormente riconosciuto il legame affettivo stabile delle coppie omosessuali, in Italia si continua a non avere posizioni chiare: ad ogni occasione in cui il tema viene posto, nascono distinguo, perifrasi, circonlocuzioni degne d’un azzeccagarbugli contemporaneo.
Questi matrimoni s’han da fare.
E’ con questo spirito che aderiamo e partecipiamo al corteo Parigino.
L’appuntamento, esteso a chiunque, è per

Sabato 30 Giugno, ore 14h30, all’uscita della stazione RER B di Port-Royal

Assisteremo al passaggio di uno spezzone del corteo proveniente da Montparnasse e diretto a Bastille per poi unirci, come vuole la tradizione: con determinazione ed allegria.

Campagna elettorale – dov’è l’Europa? (Beatrice Biagini)

La campagna elettorale che stiamo vivendo oggi è molto diversa da quella del 2004. La tensione costruttiva che stava alla base di quella che era stata per molti la campagna per la Nuova Europa (si sarebbe compiuto in quel mandato l’allargamento ai paesi dell’Est) era carica di aspettative, di curiosità verso un insieme di istituzioni che si stavano modificando, di speranze progressiste nei confronti di un’unione che aveva l’ambizione di allargare le sue frontiere e di aprire le sue relazioni prendendosi la responsabilità di giocare un ruolo nel contesto internazionale. Fu una campagna che si univa davvero alla campagna per le amministrative. I candidati sindaci ne approfittavano per “lanciare” i loro programmi nella dimensione europea; i progetti europei, la possibilità di mettere in rete le regioni d’Europa, le opportunità del Fondo Sociale venivano presentati come un modo nuovo di gestire il governo locale, di amministrare in modo moderno e innovativo i territori riconosciuti e valorizzati dalla dimensione comunitaria. “Uniti nella diversità”, appunto. L’identità diventava un valore e smetteva di essere un’arma se messa in relazione con le altre mille identità europee.

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Tatafiore e testamento biologico

di Elena Pasquinelli

Si è suicidata una donna, Roberta Tatafiore (articolo).
Forse alcuni di voi la ricordano come un’esponente delle voci femminili in Italia, se si puo’ ancora dire: femministe.

Ecco quello che scriveva in febbraio, alla luce del caso Englaro:

A corpo freddo (di Eluana) e a mente raggelata (la mia) mi interrogo sulle ragioni dell’esito paradossale del cosiddetto Caso Englaro : il padre di Eluana è riuscito sì a liberare sua figlia da una vita-non vita (e in questo gli va tutta la mia solidarietà), ma a un prezzo molto alto: avremo la legge peggiore che esista al mondo sulle volontà di fine vita, malgrado la grande mobilitazione di tante teste competenti e intelligenti e dei sempre generosi Radicali per far sì che ciò non avvenga. A meno di clamorosi cambiamenti durante l‘iter accelerato della legge, dopo la legge la libertà di donne e uomini farà un passo indietro altrettanto clamoroso. La vittoria del padre di Eluana per sua figlia, sancita dai tribunali, si rovescerà in una sconfitta per tutti – sancita dal parlamento. Una vittoria di Pirro, politicamente parlando.

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Una parabola laica (Elena Pasquinelli)

Un uomo va dal legislatore e gli dice: senta per me la vita è un dono di cui io non posso disporre, un qualcosa di molto superiore alla piccolezza della mia condizione umana; sono preoccupato perché il giorno in cui la mia capacità di esercitare la mia volontà e anche la mia coscienza venissero a mancare, ovrrei veder rispettata questa mia profonda convinzione. Che la vita non è mia e non ne posso decidere, essa mi sarà tolta o data da Colui che questa vita regge.

Il legislatore pone delle domande: mi scusi ma se la sua vita è indisponibile, noi cosa possiamo fare per aiutarla? Cosa preferisce che facciamo nel caso di una malattia grave: non vuole essere curato, perché la sua vita dipende dal suo Dio?

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Voto degli italiani all’estero

Una nota da “Inform”

“Gli elettori italiani residenti nei Paesi membri dell’Unione Europea possono votare per l’elezione dei rappresentanti del Paese dove risiedono, oppure, in alternativa, per l’elezione dei rappresentanti italiani.

Anche chi si trova in un Paese UE per motivi di studio o di lavoro può votare per i rappresentanti italiani, presentando all’Ufficio consolare di riferimento, entro il 19 marzo, apposita domanda al proprio Comune italiano di residenza.

L’elezione dei membri italiani del Parlamento Europeo avrà luogo, nei Paesi UE, il 5 e il 6 giugno 2009 (mentre in Italia il 6 e il 7 giugno), presso la sezione istituita dall’Ambasciata/Consolato di riferimento.

Se si rientra nelle categorie di cui sopra, l’elettore riceverà a casa, da parte del Ministero dell’Interno italiano, il certificato elettorale con l’indicazione della sezione presso la quale votare, della data e dell’orario delle votazioni. Qualora non si dovesse ricevere il certificato elettorale, si potrà contattare l’Ufficio consolare competente per verificare la propria posizione elettorale, ed eventualmente richiedere il certificato sostitutivo. Per conoscere l’ubicazione della propria sezione sezione, si potrà anche consultare il sito della sede diplomatico-consolare di riferimento.

Se invece l’elettore desidera votare in Italia pur essendo residente in un Paese UE, deve farne esplicita richiesta, entro il giorno precedente le elezioni in Italia, al Sindaco del Comune italiano di ultima residenza.

E’ vietato il doppio voto: pertanto se l’elettore vota presso le sezioni istituite all’estero non potrà farlo presso quelle presenti in Italia, e viceversa.

Il cittadino italiano temporaneamente in un Paese extra-UE – come militare o appartenente a forze di polizia in missione internazionale [1]; come dipendente di amministrazioni pubbliche per motivi di servizio [2]; come professore universitario o suo familiare convivente [3] – potrà votare per i rappresentanti italiani al Parlamento Europeo, esprimendo il suo voto per corrispondenza.

La procedura da seguire dipende dalla categoria di cui fa parte: se è un militare o un dipendente pubblico, dovrà trasmettere una dichiarazione al comando o amministrazione di appartenenza, entro il 3 maggio; se è un professore universitario, dovrà trasmettere la dichiarazione direttamente all’Ambasciata/Consolato di riferimento unitamente alla dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. I familiari conviventi dovranno presentare anche la dichiarazione sostitutiva relativa allo stato di familiare convivente.

Per ulteriori informazioni, si può scrivere all’indirizzo di posta elettronica votoestero09.europee@esteri.it

[1]Appartenenti alle Forze armate e alle Forze di polizia temporaneamente fuori dal territorio dell’Unione europea in quanto impegnati nello svolgimento di missioni internazionali.

[2]Dipendenti di Amministrazioni dello Stato, di regioni o di province autonome, temporaneamente fuori dal territorio dell’Unione europea per motivi di servizio, qualora la durata prevista della loro permanenza all’estero, secondo quanto attestato dall’Amministrazione di appartenenza, sia superiore a tre mesi, nonché, qualora non iscritti alle anagrafi dei cittadini italiani residenti all’estero, i loro familiari conviventi.

[3]Professori universitari, ordinari ed associati, ricercatori e professori aggregati, di cui all’articolo 1, comma 10, della legge 4 novembre 2005, n. 230, che si trovano in servizio fuori dal territorio dell’Unione europea presso istituti universitari e di ricerca per una durata complessiva all’estero di almeno sei mesi e che, alla data del decreto del Presidente della Repubblica di convocazione dei comizi, si trovano all’estero da almeno tre mesi, nonché, qualora non iscritti nelle anagrafi dei cittadini italiani all’estero, i loro familiari conviventi. (Inform)”

Umberto Veronesi, Andrea Camilleri, Stefano Rodotà, Paolo Flores d’Arcais: Gli emendamenti del Pd sulla legge “fine-vita” non sono una mediazione, sono una resa.

Riprendiamo e sottoscriviamo l’appello pubblicato da Micromega:

“Stimato onorevole Franceschini,
appena eletto segretario del Partito democratico, lei ha fatto riferimento alla laicità come valore irrinunciabile del suo partito, in quanto valore irrinunciabile della carta costituzionale. Il banco di prova della coerenza pratica rispetto a questa affermazione è costituito dall’atteggiamento che il suo partito assumerà nella discussione sulla legge cosiddetta “fine-vita”.
Laicità significa che nessuna convinzione religiosa o morale viene imposta per legge da un gruppo di persone, per quanto ampio, alla totalità dei cittadini. E questo vale più che mai per quanto riguarda ciò che è più proprio di ciascuno, che fa anzi tutt’uno con la propria esistenza, la sua stessa vita, e la parte finale di essa.
E infatti la Costituzione della Repubblica nel suo articolo 32, e la convenzione di Oviedo ratificata dall’Italia, la legge sul servizio sanitario nazionale, e numerose e univoche sentenze della Cassazione negli ultimi anni, stabiliscono in modo tassativo che nessun cittadino può essere sottomesso a “interventi nel campo della salute” senza il suo consenso (debitamente informato) e che tale consenso può essere ritirato in qualsiasi momento. La convenzione di Oviedo evita ogni distinzione tra “cure” e altri interventi (“di sostegno vitale”, ecc.) proprio perché non si possa giocare sulle parole e violare così il diritto del paziente di rifiutare qualsiasi trattamento medico e/o ospedaliero (tranne che per gli eccezionali motivi di sicurezza pubblica: epidemie, vaccini e simili).
Sulla propria vita, insomma, può decidere solo chi la vive, e nessun altro. Questo l’abc della laicità che l’Europa tutta ha adottato in campo medico, confermando l’essenzialità del consenso informato nell’articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Il disegno di legge Calabrò distrugge tale diritto. All’art. 2, comma 2 dice infatti: “L’attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all’alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”.
Il che significa che Piergiorgio Welby non potrebbe far disattivare il respiratore artificiale, e che Luca Coscioni non avrebbe potuto rifiutare la tracheotomia, e che l’amputazione di un arto che va in gangrena diventerebbe coatto, e così la trasfusione di sangue anche a chi la rifiuta per motivi religiosi (tutti rifiuti garantiti oggi dalla legge e più volte applicati fino al “prodursi della morte del paziente”).
Non basta. L’articolo 5 comma 6 stabilisce che “Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. In tal modo il cosiddetto testamento biologico diventa una beffa. Qualsiasi cosa abbia stabilito il cittadino, davanti a un notaio e reiterando le sue volontà ogni tre anni, il sondino gli sarà messo in gola a forza. I medici delle cure palliative hanno del resto spiegato drammaticamente che alimentazione e idratazione non alleviano ma moltiplicano e intensificano le sofferenze nei malati terminali. Queste sofferenze aggiuntive, che è difficile non definire torture in malati in quelle condizioni, diventano con questa legge obbligatorie.
E’ evidente il carattere anticostituzionale di tale legge, ma anche il suo carattere semplicemente disumano. Purtroppo gli emendamenti proposti dal suo partito (primo firmatario Anna Finocchiaro) lasciano intatta la violenza dell’articolo 2 comma 2, e aprono solo un modesto spiraglio rispetto a quella dell’articolo 5 comma 6. Non parliamo della cosiddetta “mediazione” di Rutelli, praticamente indistinguibile dal disegno di legge della maggioranza, e che non a caso è stata benevolmente accolta dall’on. Quagliariello.
Il Partito democratico aveva il suo progetto di legge da anni, e con tale programma andò alle elezioni che portarono al secondo governo Prodi: la legge firmata da Ignazio Marino. Ogni passo indietro rispetto a tale proposta sarebbe una rinuncia pura e semplice ai diritti elementari sanciti dalla Costituzione, dalla convenzione di Oviedo, dalle sentenze della Cassazione.
Abbiamo letto che il suo partito sarebbe comunque orientato a dare ai suoi parlamentari “libertà di coscienza” al momento del voto. Ci sembra che tale atteggiamento sia frutto di un fraintendimento molto grave.
Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile – per un partito politico che prenda sul serio la Costituzione – lasciare i propri parlamentari liberi di “votare secondo coscienza”, a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?
La legge ora in discussione sulle volontà di fine vita è, se possibile, ancora più liberticida (e disumana) di quella sopra evocata. Non costringe al battesimo forzato, costringe al sondino forzato, al respiratore forzato, a qualsiasi accanimento che prolunghi artificialmente una vita che, per la persona che la vive, non è più vita ma solo tortura. Peggiore quindi della morte.
In ogni caso la libertà di coscienza del parlamentare non può essere invocata per violare e cancellare la libertà di coscienza delle persone.
Siamo certi perciò che nulla di tutto questo accadrà, e che in coerenza con il valore della laicità da lei riaffermato, il Partito democratico non tollererà scelte che violino, opprimano e vanifichino l’elementare diritto di ciascuno sulla propria vita.”

Andrea Camilleri
Paolo Flores d’Arcais
Stefano Rodotà
Umberto Veronesi

(25 febbraio 2009)