Cominciamo a costruire il PD di domani

Trovi qui il documento degli iscritti al circolo  Parigi sul PD di domaniADP -Circolo PD Paris – il PD di domani

E questa è l’introduzione del documento:

“Il PD potrebbe riemergere da questa fase coinvolgendo i suoi iscritti e dedicando un po’ di tempo a rielaborare una visione delle cose: il sogno di una cosa. E da quello, fare discendere una concreta, realistica proposta politica.  (…) Molte persone si sono avvicinate al PD perché lo hanno considerato, a torto o a ragione, uno spazio di rappresentanza democratica, forse l’unico davvero attivo e vitale in Italia, oggi. Ma quale è la visione, la proposta politica del PD?”

Queste parole (scritte dal circolo PD Parigi nel febbraio 2017, pochi mesi dopo il referendum sulla riforma costituzionale) sembrano ancora più valide oggi, dopo le elezioni politiche del marzo 2018 e gli avvenimenti successivi. E allora, abbiamo chiesto agli iscritti del nostro circolo il loro parere su due punti: le ragioni del negativo risultato elettorale e il futuro del PD.

In questo documento vengono raccolti i primi contributi, in cui si trovano molti elementi interessanti. Eccone alcuni. Si parla di un’anomalia italiana, la lacunosa realizzazione dello “stato di diritto”. Inteso come quella forma di stato in cui il “governo delle leggi” (per riprendere l’espressione di Bobbio) e la certezza del diritto limitano l’arbitrio. Gli italiani invece “vivono una quotidiana esperienza di illegalità fatta di abusi, inadempienze, negligenze, ritardi, sprechi, burocrazia inutilmente complicata e inefficiente (…) più o meno tollerati, se non incoraggiati, e che non hanno paragone negli altri paesi occidentali”. Il che fa dell’Italia un “paese mancato”, per riprendere il titolo di un (bellissimo) libro dello storico Guido Crainz.   Il PD dovrebbe quindi riprendere come parole d’ordine stato di diritto e legalità. Ma non la legalità “pistolera” della Lega o quella “manichea” del M5S; e nemmeno lo “stato di diritto” un po’ peloso (a volte simile a una pretesa di impunità) di Forza Italia. Coniugare “Stato di diritto” e “legalità” significa far sì (cito) che “i diritti siano garantiti, la burocrazia funzioni, le leggi siano applicabili e applicate, le tasse pagate, gli amministratori onesti, la gente non sia costretta a lavorare in nero, l’immigrazione sia governata secondo procedure dignitose ma anche ferme, le macchine non siano parcheggiate sulle strisce pedonali, etc. etc”.  E se il PD vuole incarnare la battaglia per la legalità, deve prima di tutto esigere il pieno rispetto della legge dai suoi rappresentanti. Non sempre i cittadini italiani sono davvero migliori dei loro rappresentanti politici, è vero; è però giusto chiedere una certa “esemplarità” a chi riveste ruoli pubblici.

Dai contributi emergono poi altre temi importanti. Le riforme istituzionali, che restano (basta vedere l’attualità politica) un punto da affrontare.  Ci sono parole negative, che contribuiscono a spiegare la sconfitta elettorale: il PD visto dai più giovani come “il partito dell’establishment e del potere”; la disoccupazione giovanile; le beghe interne. E parole in positivo, per il domani: tolleranza, libertarismo e umanesimo (valore dell’individuo); laicità; internazionalismo ed europeismo (veicolo di cultura e di progresso civile), liberalismo di sinistra (accettare l’economia di mercato ma combattere le diseguaglianze di partenza), socialismo (l’importanza dei servizi pubblici, la lotta contro le diseguaglianze intesa in senso più ampio).

Parole che ci portano all’altro elemento essenziale: il bisogno di una “visione” politica. Non bisogna inseguire acriticamente i “bisogni della gente” (cedendo quindi alle sirene di quella che Ilvo Diamanti e Marc Lazar chiamano “populocrazia”): “se “la gente” vuole cacciare gli immigrati, (…) non penso che il partito che mi rappresenta debba assecondare questo barbaro pensiero”; ma neppure sciogliersi nella semplice “buona amministrazione” contrapposta al dilettantismo delle forze, appunto, dette “populiste”. Né demagoghi né grigi tecnocrati, insomma: occorre una “visione”. Quale? Il cantiere è aperto. Ma il materiale non manca. Nel PD vi sono almeno tre filoni di cultura politica: “socialdemocratica” (che viene dalla storia del PCI, e in misura diversa del PSI, e dalle contiguità con il mondo sindacale), cristiano-sociale o cattolico-democratica (che viene dalla sinistra DC e dal mondo associazionistico), e liberaldemocratica, che in parte attinge a esperienze radicali e socialiste o alle suggestioni, più recenti, del “macronismo”. Sempre a febbraio 2017, il Circolo PD Parigi aveva scritto:

Sarebbe necessario confrontare, una buona volta, lo sguardo che queste diverse culture portano sui temi essenziali (..). E capire se il perimetro comune giustifica lo stare assieme. Oppure se quella intersezione è troppo ridotta, e l’alterità irriducibile. In quel caso, eventuali scissioni non sarebbero il risultato un po’ grottesco di faide interne, ma l’accettazione di una diversità che porta a percorrere strade diverse. Così come decidere di continuare a “stare assieme” nel PD non sarebbe un vivere da separati in casa, un sopportarsi per poi spartirsi posti di potere; ma un ritrovarsi tra diversi (…) attorno a una proposta comune al servizio di un interesse generale.

Non è un esercizio teorico. Non è una perdita di tempo. Né un gioco di società. Nei prossimi anni il PD sarà chiamato a decidere “cosa farà da grande”. Completare la trasformazione in un partito “di centro”, simile alla République En Marche in Francia. Oppure ritornare a un’ispirazione più di sinistra (in questo, rispondendo a una delle domande emerse nei contributi, cioè “dove sono andati gli elettori di sinistra?”). O ancora, restare un partito che comprende al suo interno ispirazioni diverse, ne accetta la convivenza, ne cerca una sintesi; e che poi per natura e organizzazione sia “scalabile” da posizioni anche molti diverse (come è il caso del Labour Party, passato da posizione lib-lab a quelle molto a sinistra di Jeremy Corbyn).

Senza una vera discussione, che coinvolga i suoi iscritti e (in forme da definire) i suoi elettori, senza un vero confronto, questo nodo dell’identità politica e della visione rischia di restare irrisolto e di pesare sul futuro del PD. Che appare, oggi, agli occhi dell’opinione pubblica, un partito lacerato e diviso sulle leaderships o sugli equilibri di potere, e non (come dovrebbe essere) un partito che discute sulle idee, sui valori, sul da farsi, sulla visione delle cose.

Circolo PD Parigi

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