Se non ora, quando?

Può darsi che questa fase della vita del Partito Democratico (faide, minacce di scissione, richiami da entrambe le parti a “fermarsi”) risulti appassionante per gli “addetti ai lavori” o qualche analista politico. Ma probabilmente non è appassionante e nemmeno molto comprensibile per gli altri. Quale è il problema su cui ci si accanisce? Le date del congresso? Decidere  chi comanda e chi sarà primo ministro del prossimo governo dopo l’immancabile (basta crederci) vittoria elettorale? Se di questo si tratta, e se è vero che Dio acceca coloro che vuol perdere, allora c’è da essere preoccupati.

Le sconfitte nelle amministrative del 2016,  l’esito del Referendum del dicembre scorso, il clima generale, richiederebbero l’avvio di una fase molto diversa. Il PD potrebbe (se solo spendesse meno energie in altre faccende) riemergere da quelle sconfitte coinvolgendo i suoi iscritti e dedicando un po’ di tempo a rielaborare una visione delle cose.  Il “sogno di una cosa” (per usare una potente espressione marxiana). E da quel “sogno” fare discendere una concreta, realistica proposta politica.

I temi non mancherebbero. Il disagio sociale, che è la più formidabile riserva per il cosiddetto “populismo” (etichetta con cui ormai si squalifica ogni posizione “urticante”). La riqualificazione del territorio, di cui i terremoti recenti hanno confermato la fragilità. Subito denunciata da tutti come intollerabile, poi progressivamente dimenticata, derubricata di fronte a priorità effettivamente epocali come il litigio sulla data del congresso. I diritti civili. Una persona divenuta cieca e tetraplegica ha chiesto aiuto al Presidente della Repubblica, poche settimane fa,  per sottrarsi a questa intollerabile condizione. Per quanto si tratti certamente di robetta di poco conto di fronte a problemi come la conta dei sostenitori delle diverse correnti, sarebbe magari possibile discutere per sapere come si pone il PD di fronte a queste cose, queste sofferenze, questi drammi? La politica del lavoro: come fare entrare nel mondo del lavoro chi ne è escluso, senza però rinunciare a difendere i diritti dei lavoratori (dipendenti o autonomi), cioè a quella che è la missione storica della sinistra? Il rapporto con l’Europa nel tempo del ritorno del “sovranismo” e del protezionismo. Immigrazione. Sicurezza. Riqualificazione dei servizi pubblici: sanità, pubblica amministrazione, scuola. E da qui – dalla scuola – chiedersi come rimettere in moto un “ascensore sociale” bloccatosi ormai da tempo. Politica ambientale ed energetica, investimenti pubblici, informazione nel tempo delle cosiddette “post-truths”. Bisogna continuare? Molte persone si sono avvicinate al PD perché lo hanno considerato, a torto o a ragione, uno spazio di rappresentanza democratica, forse l’unico davvero attivo e vitale in Italia, oggi.

Ma uno spazio di rappresentanza democratica serve a parlare di queste cose, di questi temi. Invece si parla di di congressi, di elezioni, di date, di Renzi, d’Alema, Bersani, di caminetti e di correnti. Di tutto, tranne che della società, dei problemi delle persone. Quale è, adesso e per il futuro prossimo, la visione, la proposta politica del PD? A oggi, non ve ne è una davvero univoca e condivisa. E mai vi sarà, senza un autentico confronto, perché il Partito Democratico è per sua nascita e definizione l’incontro di diverse culture politiche – o meglio, di culture politiche diverse. Per schematizzare, social-democratica, cristiano-sociale e liberal-democratica. Invece di litigare tra correnti, invece di scontrarsi tra tifoserie al servizio di aspiranti capi e capetti, sarebbe necessario confrontare, una buona volta, lo sguardo che queste diverse culture portano sui temi essenziali della nostra società. E capire se il perimetro comune giustifica lo stare assieme. Oppure se quella intersezione è troppo ridotta, e l’alterità irriducibile. In quel caso, eventuali scissioni non sarebbero il risultato un po’ grottesco di faide interne, ma l’accettazione di una diversità che porta a percorrere strade diverse. Così come decidere di continuare a “stare assieme” nel PD non sarebbe un vivere da separati in casa, un sopportarsi per poi spartirsi posti  di potere; ma un ritrovarsi tra diversi (nel segno del pluralismo culturale, cioè di una bella cosa) attorno a una proposta comune al servizio di un interesse generale.

Tornare a discutere dei temi della società e della vita, in modo partecipativo e non verticistico, sarebbe, anche, un modo di ridare un po’ di forza e dignità alla politica, di ritrovare “la bella politica”, magari di riavvicinare ad essa molte persone. Che non aspettano altro. Invece, come ha scritto pochi giorni fa Emanuele Macaluso: “se le cose non si modificheranno (…) andranno a sbattere tutti: Renzi e i suoi oppositori”.  Proprio così. Se vogliamo evitarlo, quel muro, è necessario tornare a discutere delle ragioni per cui il PD esiste e si propone di governare il paese, di cosa vogliamo fare. Alla scadenza naturale della legislatura manca poco più di un anno.Se non ora, quando?

 Circolo PD Parigi

One thought on “Se non ora, quando?

  1. Condivido l’appello, pur essendo consapevole, che comme vi è sottolineato, che le componenti del PD o le sue “correnti” o “culture politiche” interne siano diverse e per alcuni versi anche opposte. Eppure sono convinta che si possa parvenire a un minimo comune denominatore che ci permetta, tutti uniti dentro il PD di governare il paese. Bisognerebbe comunque e urgentemente superare l’accanimento contro Renzi, che si è manifestato contro Renzi durante e dopo la campagna del referendum fino ad oggi. Ognuno dei campi – i sostenitori e i denigratori di Renzi – dovrebbe riflettere sul proprio modo di condurre la battaglia interna: un’autocritica sarebbe benvenuta, salutare. Speriamo non sia troppo tardi.

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